Nel mio personale almanacco, rilevanza particolare ha la ricorrenza di S. Giovanni Battista, che si celebra il 24 giugno. La festa cade poco dopo il solstizio d'estate, quando il sole inverte il suo cammino e incomincia impercettibilmente a declinare sull'orizzonte. Siamo in un periodo magico, tanto che nella tradizione, molti sono i riti e le credenze riservate a questo giorno, che lo stesso Shakespeare identifica nel Midsummer day. 


Capita, sfogliando vecchi lunari di trovare l'indicazione Quattro Tempora, talvolta abbreviata in Q.T. Si tratta di un periodo di tre giorni, il mercoledì, venerdì e sabato nell'arco di una stessa settimana, che era dedicato alla preghiera e al digiuno.
Le Tempora ricorrono in ogni stagione: abbiamo le Quattro Tempora di primavera, estate, autunno e inverno. Probabilmente di origine celtica, come molte ricorrenze cristiane, furono introdotte per la prima volta nel calendario liturgico nel IV – V secolo dopo Cristo. Cadevano nella settimana dopo le Ceneri, la Pentecoste, l'Esaltazione della Croce (14 settembre) e a metà dell'Avvento, dopo la festa di S. Lucia.
Non erano però solo giorni di digiuno e penitenza, ma anche un'occasione propiziatoria e di ringraziamento per il raccolto dei campi. Secondo Cattabiani, che nel suo Calendario dedica qualche pagina alle Quattro Tempora, queste giornate erano nate per cristianizzare le cerimonie dedicate alla Grande Madre, che, con la sua ciclica rinascita, sovrintendeva alle messi e al lavoro agreste.
A maggio, nell'antica Roma, si celebrava la "Lustrazione dei campi" per propiziare il raccolto, mentre a settembre si teneva un banchetto in onore degli dei, rappresentati da simulacri, per offrire loro i prodotti della terra. Anche negli altri periodi in cui i ricorrevano le Tempora, ossia all'inizio e alla fine dell'inverno, nell'antichità ricorrevano cerimonie di purificazione.
In epoca cristiana, le Quattro Tempora duravano una settimana, con tre giorni dedicati al digiuno. Conosciute in occidente come Jejunum vernum, aestivum, autumnale et hiemale, non ebbero grande diffusione nella Chiesa ortodossa.
Venivano osservate, invece, nel mondo anglosassone: addirittura, in Britannia, comparvero abbastanza presto, grazie – si dice- alla predicazione di Agostino di Canterbury.
Rimasero comunque in auge fino ai giorni nostri: Papa Paolo VI, nel 1966, con decreto Paenitemini, le escluse dai giorni di digiuno e di astinenza. Mentre nella chiesa anglicana divennero opzionali nel 1976.

Io e mia sorella Anna, all' epoca eravamo appassionate di storie dell'orrore, avventure di fantasmi, insomma di qualunque vicenda dove ci fossero un vecchio maniero, una tomba scoperchiata, e qualche ammazzamento qua e la'.
Riuscivamo sempre a procurarci di straforo qualche libro o fumetto veramente trucido, ma ahime', era pressoche' impossibile poter vedere per intero un horror alla tele.
"Anna e Diana, non sono cose adatte alle ragazzine della vostra eta' " Ci rimproverava spesso la mamma, spegnendoci il televisore.
Non e' che ci attraessero il sangue o la cattiveria in se', e nemmeno pensavamo, a dispetto delle preoccupazioni dei nostri genitori, di emulare le gesta di qualche eroe noir.
Ci divertiva piuttosto parlarne, chiederci perche' i personaggi facevano questo o quello, lanciarci In inventare qualche finale degno di un film veramente pauroso.Finali che si moltiplicavano la mattina dopo, a scuola, quando ne discutevamo con i compagni.
Io e Anna restavamo sempre sul vago per la paura di venire scoperte e fare la figuaraccia delle brave bambine, che si erano fatte mandare a letto presto dalla mamma.
Assieme a Matteo, con cui dividevo il banco in quarta A, mi divertivo un mondo, poi, a sguinzagliare la fantasia in nuove paurosissime sceneggiature
La nostra fonte di ispirazione non erano pero' i film che, anche Matteo, dopo avermi fatto giurare di non dirlo ad anima viva, aveva ammesso di non poter guardare, ma risme di riviste specializzate in nera che rubava nella
bottega di barbiere di suo padre. Queste letture arricchivano la mia vena affabulatrice con testimonianze che
mi facevano guadagnare il rispetto persino di Tiziana, una di quinta, compagna di mia sorella. Lei i film se li vedeva sul serio perche' li guardava suo fratello di sedici anni.
Tiziana che poteva restare alzata fino a mezzanotte ed era fidanzata con uno di seconda media, era l'unica fonte attendibile sulle trame cinematografiche che risultavano essere sempre meno sanguinolente e appetibili delle nostre
fantasie.
Stranamente, pero', cio' che aumentava le ansie crepuscolari mie e di Anna, non erano certo i film o i personaggi reali della cronaca nera ma, bensi', un cartone animato: Malefica, la strega di La bella addormentata nel bosco
Quando avevamo circa sei anni, con nostra madre eravamo state a vedere il capolavoro disneyano e da quel giorno, temevamo di veder spuntare gli occhi gialli della maga cattiva, da ogni angolo della casa.
Ancora oggi mi chiedo come mai ci spaventasse cosi' tanto.
Forse per a sua voce stridula che chiamava Anna e me non appena spegnevamo la luce, o per le corna che bucavano il buio annidato negli angoli della casa, oppure per il suo mantello nero che sentivamo sbattere nelle notti di
pioggia.
Non sapevamo nemmeno che cosa ci avrebbe fatto se, guarda caso, ci fossimo imbattuti in lei, anzi ora che ci penso probabilmente nulla.
A me pero', solo l'idea di vedermela uscire dall'armadio, che stava davanti al mio letto, mi faceva dormire anche d'estate con la testa sotto le lenzuola.
Come le storie piu' agghiaccianti avevano una sorta di effetto ipnotico da costringerci a rimestarci dentro in continuazione, cosi' Malefica faceva spesso parte delle nostre conversazioni e dei nostri giochi.
Uno di questi era la Stanza Segreta.
Si trattava, in realta', dello sgabuzzino delle scope ed il gioco consisteva nel chiudercisi dentro, al buio, dopo aver invocato la strega, e contare il piu' a lungo possibile.
Ma la vera prova del fuoco era, pero', nelle sere d'inverno, attraversare il lungo corridoio della casa per arrivare al bagno. Ricordo ancora quella volta che mia madre aveva lasciato due mollette appese allo stendino che, alla luce dello specchio disegnavano sul muro un ombra simile a due corna!
Fu una fuga pazzesca!
L'anno in cui io facevo la quinta e Anna la prima media, eravamo orgogliose di poter andare finalmente a scuola da sole, malgrado le raccomandazioni di
nostra madre di non prestare attenzione agli sconosciuti. Anzi, di darcela a
gambe, non appena qualcuno di sospetto ci avesse rivolto la paorola. Ma soprattutto di non attraversare il giardino botanico nei pressi della nostra scuola, secondo loro, meta di personaggi poco raccomandabili.
Forse era proprio per questo che, assieme a Matteo, che abitava due palazzi dopo il nostro, ci passavamo a bella posta.
Confesso che, tutto sommato, non ci sarebbe dispiaciuto incontrare Joe Chucki, quello psicopatico di Los Angeles che rapiva le bambine nei parchi e le sotterrava dopo averle squartate. Pensa che emozione vederselo sbucare da dietro un sicomoro con un coltello sanguinante in mano! E che bella figura nel raccontarlo ai compagni!
La strada del ritorno, invece, non la percorrevamo mai assieme, perche' io e
Matteo uscivamo a Mezzogiorno mentre Anna alle tredici
Un giorno di dicembre, Anna arrivo' a casa trafelatissima, manco avesse
corso la maratona.
Quando mamma le domando' il perche', chiedendole se, per caso, non fosse
stata inseguita da qualcuno, lei per tutta risposta infilo' il naso nella cartella fingendo di cercare chissa' che e farfuglio' che aveva fatto una gara con Tiziana.
La sera, invece, mi confido' che mamma aveva ragione, e che si, le era accaduto qualcosa di strano.
"Malefica!", pensai io, ma Anna mi canzono' dicendo che la strega non importunava quelli delle medie.
Si era invece fermata al giardino botanico, davanti allo stagno delle anatre, quando le si era avvicinato un signore, ben vestito con in mano una valigetta blu. Le aveva chiesto come mai le anatre le piacessero tanto e, senza che lei se ne accorgesse, le aveva infilato la mano nella tasca del cappotto.
Anna era rimasta imbambolata per qualche secondo e poi se la era data a gambe.
L'idea di Joe Chucki al giardino botanico mi riempi' di eccitazione anche
perche' non mi sembrava poi cosi' terribile quanto un'eventuale apparizione di Malefica.
Non ricordo di preciso, ma forse fu proprio in quel periodo che Anna prese a
chiamarla Zia Malefica,a disegnarla sul diario con un pollo arrosto infilzato tra le corna ed a indirizzarle canzonette scurrili.
Ora riusciva a stare nella stanza segreta e contare anche fino a 400,
alternando i numeri a filastrocche contro la perfida zia.
Non fece piu' parola del supposto Joe Chucki ma seppi che, ora, rincasava sempre insieme a Tiziana, anche se, per la verita', i miei genitori non vedevano questa amicizia di buon occhio.
Nel quartiere si sussurrava che suo fratello Carlo era tossicodipendente.
Cosa significasse lo avevamo intuito spiando i discorsi dei grandi e combinandoli con le raccomandazioni di mamma e papa'.
Insomma, circolavano ai giardinetti, per strada, dinnanzi alla scuola, ma soprattutto al giardino botanico, loschi figuri, che offrivano strane polverine.
Queste polverine che si iniettavano oppure si trovavano in caramelle, o sparse su figurine, davano degli effetti alquanto sorprendenti, ma poi potevano anche farti schiattare.
Ricordo che una sera ci buscammo una bella lavata di capo perche' immaginavamo zia Malefica, con la lingua a penzoloni, che schizzava sulla Luna in preda a quelle sostanze.
O meglio, Anna rideva a crepapelle io un po' meno, perche' temevo qualche agguato a tradimento quando sarei andata in bagno a fare la pipi'.
Che le polverine magiche non facessero venire il ballo di San Vito, lo scoprimmo nel marzo successivo.
Un giorno che ero a casa con l' influenza, Anna rientro' con una faccia strana.
Non pensai ad un incontro con Zia Malefica, perche' lei ormai se ne facava un baffo, ma piuttosto che avesse preso una nota.
Alle domande insistenti di mamma e papa' non rispose e io la vedevo piuttosto male, perche', nel caso in cui lo fossero venuti a sapere direttamente dai professori, la punizione sarebbe stata doppia.
Me lo confido' piu' tardi: Carlo, il fratello di Tiziana, era stato trovato stecchito nel bagno, con una siringa nel braccio.
Cercai di approfondire la faccenda, ma Anna era molto evasiva, si vedeva che le seccava parlarne. Cosi' andai in bagno a lavarmi i denti e per molti giorni l'immagine di un braccio con siringa faceva capolino dai miei pensieri quando meno me lo aspettavo.
L'Anno successivo ero alle medie pure io, ed ero sempre in banco con Matteo.
Anche Anna ora faceva la strada con noi visto che Tiziana era ritornata con i suoi al paese. Un giorno che Anna era in gita e Matteo a casa ammalato, senza sapere il perche' , mi venne voglia di passare per il giardino botanico. Trovai una siringa conficcata alla base di un albero. Non so per quanti minuti rimasi
li' a fissarla, ma ad un certo punto le tirai un calcio e scappai via, manco avessi visto spuntare un paio di corna.

Vittorino Andreoli,
I segreti di casa Pascoli – Il poeta e lo psichiatra.
Rizzoli - Bur, 2006, € 9,20

Riporto l'editoriale che lo scrittore veneto Giancarlo Marinelli ha pubblicato ieri sul quotidiano il Giornale. Si parla spesso a sproposito di Nord Est e questa riflessione, in forma di lettera ad un altro scrittore della mia terra, Giuseppe Berto, è originale e interessante.
Quel nord est che non ha più identità
Caro Giuseppe Berto, qui le cose vanno male. Sempre peggio. E non mi riferisco tanto al fatto che in libreria praticamente non esisti più, se non nella dozzinale, becera forma di libri tascabili dalle orride copertine (l’ultima edizione di Anonimo Veneziano sembra un souvenir per anziani tedeschi, tanto è disprezzabile, sconcertante, «anonima» - scusa il gioco di parole che non vuole suonare come un dileggio - quella punta di gondola dispersa nella laguna); le cose vanno male perché tu che dovevi essere e rappresentare la punta di diamante, il prezioso tesoro, l’insostituibile radice dove poggiare la cultura del nostro tanto caro Nord Italia, sei stato rimosso, cancellato, travolto dal gioco al massacro che dal Dopoguerra in poi, le cosiddette capitali della sotto cultura italiana hanno ordito con mirabile, diabolica efficacia; eclissare gli intellettuali del Settentrione (tranne nei casi in cui la loro opera fosse funzionale al teorema catto-comunista che vedeva nel Nord solo la terra dei Padroni, della borghesia viziosa e viziata; l’incarnazione impietosa del ciclo produttivo, del motore economico capace unicamente di creare ricchezza e povertà, imprenditori e sottomessi, arricchiti analfabeti e schiavi da liberare magari attraverso i libri di Moravia che stanno per grandezza alla tua opera come il mio membro sessuale sta a quello di Rocco Siffredi).
Non che i tuoi concittadini si dannino l’anima per ribellarsi, per rialzare la testa; tranne qualche eccezione (un premio a te dedicato nella tua cittadina natale, un folgorante saggio di Saveria Chemotti sui tuoi Scritti dispersi, il lavoro incessante dei tuoi amici Pullini e Cibotto che cercano di preservarti dall’oblio, e alcune recenti righe a te dedicate dalla penna di un dolcezza sferzante di Ferdinando Camon nel suo ultimo Tenebre su Tenebre), non ci sono in circolazione critici, editorialisti, commentatori di giornali «padani» memori della tua lezione sulla libertà come irrinunciabile presupposto della responsabilità; nessuno insomma che sia degno di portare la tua croce.
La crisi della tv
Ti faccio tre esempi, semplici semplici, visto che per tutta la vita, anche come critico cinematografico, hai predicato la linearità, la spartana frugalità dello stile e del flusso della coscienza dentro l’inchiostro. Il primo: ti ricordi quando, insieme alla tua bambina di otto anni, hai visto Don Lurio che in tv rendeva omaggio alla Quaresima con un balletto? «A mia figlia lo spettacolo non è dispiaciuto. Io, che mi trovo assai più vicino di lei alla morte, l’ho trovato disgustoso» - hai scritto.
Ebbene, io mi sono imbattuto in un altro balletto; quello di Benigni in onore di Dante. Anch’io tenevo tra le ginocchia la mia nipotina Silvia che, dall’altezza dei suoi otto mesi, sembrava ogni tanto gradire con un sorriso le piroette e le urla del comico toscano. Io invece ho trovato lo spettacolo semplicemente disgustoso. Disgustoso perché Benigni legge e spiega Dante come Obama spiega il programma sanitario ai neri di Harlem; disgustoso perché Benigni che illustra al pubblico la Divina Commedia ha lo stesso effetto omologante, appiattente, mortificante di Pippo Baudo che, al Festival di Sanremo, introduce un ragazzo ai misteri di Mahler; disgustoso perché di «quell’essere vicino alla morte», di quel senso sgomento ed eroico del percepire l’alito della morte sul collo che fanno di Dante (dopo Gesù Cristo) il secondo uomo che ha patito l’esilio dalla e della vita, nella performance di Benigni non c’è traccia.
Pensi che qualcuno dei tuoi «eredi» abbia avuto il coraggio di dire che tra Don Lurio e Benigni non c’è differenza? Pensi che ci sia qualcuno che abbia scritto che tra la Rai di allora e quella di oggi non passa differenza alcuna?
I rifiuti di Napoli
Il secondo esempio; l’immondizia a Napoli. A me capita sovente di girare per il Veneto, per le terre che confinano con Treviso che tanto ti erano care; mi capita per lavoro ed anche per un vero e proprio pellegrinaggio che vengo a consumare sulle tue tracce. Basta chiacchierare con i vecchi dei bar, oppure con i ragazzi nelle piazze, per accorgersi che, sia pur di nascosto e con un senso di euforica colpevolezza, molti di loro, dinnanzi alle immagini di Napoli ridotta da Messere Sassolino una fogna a cielo aperto, provano un sottile piacere. Perché nessuno dei tuoi pseudo eredi guarda alla calamità napoletana con gli occhi feroci del Nord? Perché non dire che il rifiuto di farsi carico di qualche tonnellata di rifiuti campani da parte delle Regioni del Nord poggia in verità su una sorta di incosciente, inconsapevole rivincita di una massa ingente di italiani che sono sempre arrivati secondi nei concorsi per notai e magistrati, che sono stati sempre vessati nei ruoli culturali, pubblici e politici che in più di qualche caso avrebbero meritato di ricoprire? Perché nessuno dei «farisei» (così tu amavi chiamare i finti critici «radicali») ha portato alla ribalta gli ammonimenti che tu e Giovanni Comisso, da grandi profeti, avevate lanciato in tempi non sospetti? E cioè che l’antifascismo, il marxismo, il clericalismo e il cattolicesimo applicato alla politica altro non erano che paraventi che miravano alla dissoluzione di una vera costituzione dell’identità italiana; specchietti per le allodole, terroristici spauracchi per tenere un Paese diviso, per fomentare le diversità, esaltarle sino a farle scoppiare in veri e propri focolai di conflittualità razziale? Perché il miracolo del Nord-Est negli ultimi anni non ha mai portato sullo scranno della Confindustria, di Mediobanca o dei sindacati qualche signore veneto? Forse che imprenditori come Tomat o Calearo, che hanno creato imperi dal nulla, sono di meno di uno come Montezemolo che ha il solo merito di rappresentare un gigantesco fallimento monopolista? Come mai negli ultimi governi i veneti hanno sempre avuto poco spazio e pochi ministeri senza portafoglio e senza dignità? E la grande destra, quella che sta dalla parte dei poveri, dei giovani, dei disabili, delle ragazze madri, degli umiliati e degli offesi, rappresentata in queste terre dallo straordinario fervore di Isi Coppola o di Pier Giorgio Cortelazzo, dovrà «rinnovarsi» con rampanti candidati emersi da qualche salotto di Cortina o da qualche aperitivo a casa Fini o La Russa? Dove sono i veneti che del mondo e nel mondo hanno portato la luce e la bellezza; l’agio e la ricchezza; le idee e il furore? Forse confinati nel partito di De Gregorio che dentro il suo canale satellitare non fa altro che mangiare e ingrassare e cambiarsi smoking?
Nordest orfano
Terzo esempio, che è solo una domanda; ti ricordi quando venivi cacciato dalle librerie e dai salotti di quella borghesia «nordica» e romana che, nonostante tutto, ti ostinavi a difendere? Ti ricordi quando, anche dopo il successo di quel capolavoro assoluto che è Il male oscuro, i «farisei» ti continuavano a definire «nostalgico, regressivo, melodrammatico, fascisteggiante», oppure, «regionalistico, chiuso, poco realistico»? Ebbene io ti dico e ti scrivo che tu, caro Berto, sei stato fortunato. Perché da qualche parte, in qualche modo, almeno di te si parlava.
Giancarlo Marinelli
da il Giornale del 3 febbraio 2008

La famiglia, vista da Botero
Una delle cose più strane che facevano i nonni era di darmi i soldi di nascosto l’uno dall’altra*. Sia a me che a mia sorella Anna, oltre alle mance “stabilite” quelle di Natale o del compleanno, solevano infilarci in tasca qualche spicciolo, poca cosa, cinque o dieci mila lire:
“No sta a dirghelo al nono”
diceva la nonna, dopo aver rimestato nelle tasche del grembiule. Così potevamo comprare il gelato o un giornalino all’edicola del paese.
“To, to” diceva il nonno sottovoce, dopo essersi guardato intorno con aria circospetta
“Ma no dirghe niente alla nona”
Non ho mai capito il motivo di tanta segretezza, anche se poi, secondo me, di segreto c’era gran poco. A distanza di tempo, credo che il divertimento stesse soprattutto nel fare qualcosa di nascosto da zio Carlo e zia Daria.
Zia Daria è la sorella di mio padre e zio Carlo suo marito. Sono sempre stati “gli zii ricchi”, quelli che i ga i schei, ma forse sarebbe stato meglio soprannominarli “gli zii ingordi”, tanto passavano il tempo a fare i conti nelle tasche degli altri. Più di una volta ricordo di aver sentito zia Daria rimproverare i nonni di regalare mance più sostanziose a me e a mia sorella che ai loro figli.
Oggi sono tornati ad abitare al paese e vivono in quella che era stata la casa dei nonni e che adesso, senza più le imposte colorate e i gerani alle finestre, sembra una casa di fantasmi, pronta a crollare da un momento all’altro. Solo ogni tanto il vento dispettoso porta i loro strilli fin quasi alla piazza Centrale
“E’ colpa tua! Vecchia rimbambita!”
“Sei uno stupido, mi hai rovinato la vita”
“Vai! vai”
Dicevo, zia Daria e zio Carlo fino a qualche anno fa erano davvero ricchi. Abitavano in città e lo zio aveva raggiunto un qualche incarico di responsabilità in una multinazionale americana. Venivano al paese, dove i nonni avevano la casa, soltanto per le vacanze. Zia Daria camminava su e giù per la cucina, scuotendo il suo grosso culo e passava sempre l’indice sulla superficie del tavolo o della credenza e poi si rimirava il polpastrello con aria schifata. Lo zio invece, forse perché temeva che ci dimenticassimo del suo lavoro con gli americani, ogni due parole pronunciate era un continuo:
“Passami il bred”
“Vuoi un po’ ciiis”
Arrivavano in macchina, con i due figli seduti sul sedile posteriore: Marco, un adolescente lungo lungo, silenzioso e con gli occhi acquosi, che pareva sempre pensare ad altro e Lorella, una ragazzina urlante, di qualche anno maggiore di mia sorella, che si muoveva con modi scomposti, e non faceva altro che ripeterci le tabelline, i nomi dei pianeti, o l’ultima poesia imparata a scuola.
Quando entravano, salendo dalle scale che, da sotto il portico, portavano alla cucina, sia io che Anna, sapevamo già la domanda che ci avrebbe rivolto la zia:
“Cosa volete diventare da grandi?”
la risposta di Anna era sempre la solita
“la parrucchiera!”
la mia invece, cambiava ogni volta:
“la baby sitter!”
Dicevo, magari dopo che avevo passato il pomeriggio a giocare con il nipotino della Mariona, la vicina dei nonni.
Al che lo zio scoppiava a ridere
“Sono no coret! Quelle che vogliono fare la baby - sitter! No coret!”
E si girava a guardare con orgoglio i due figli che parevano persi a inseguire i loro sogni di gloria.
Di Marco si sapeva poco, dal momento che rispondeva a monosillabi e quasi per cortesia, con un
“Boh” e la madre che lo rimbeccava
“l’ingegnere, farà l’ingegnere!”
Guardandolo come se volesse incenerirlo, invece Lorella, già in prima media prometteva una brillante carriera accademica.
“A mi come el ga fato i schei lu, nol me piase!”
Avevo sentito dire dal nonno a mia zia, un pomeriggio mentre ero in cucina con la nonna a sbucciare i piselli e avevamo lasciato la porta aperta.
“Li ha fatti come li fanno tutti! E a me non mi piace sentire parlare in dialetto!“
“Mi parlo come che son bon, ma ste tenti che prima o poi..”
“Ma cosa dici, cazzo! Guarda che tanto, se succede qualcosa, ha sempre dietro gli americani, figurati se lo lasciano nelle peste gli americani!”
“Mi no digo niente, ma ste ‘tenti”
“Il mondo è dei furbi, dei furrrbi!”
Finiva sempre per gridare così la zia. Come quella volta che, alla merceria di “Gigi il bello”, era riuscita a con un rapido movimento da prestigiatore a invertire il cartellino con il prezzo dei collant.
“Ma nooo!”
Occhieggiava Gigi il bello, strizzato nella sua maglietta fuxia
“Ma pensi lei se questi, che li fanno a Parigi, glieli posso lasciare per cinquemila lire!”
“Il prezzo è questo e me li deve vendere per cinquemila lire!”
Sbraitava la zia, mentre mia mamma rovistava in una scatola di bottoni, rimpiangendo di non potercisi tuffare dentro.
“Ma Signora mia, noooooo!” Gigi il bello le teneva le mani, “Ma sarà stato un errore della commessa!”
La zia continuava ad impuntarsi, mentre mia mamma non alzava la punta del naso dalla scatola dei bottoni, che lei al paese ci viveva tutto l’anno, finché Gigi il bello, preso per sfinimento non cedette.
E sulla piazza, riecheggiò l’urlo di vittoria:
“Il mondo è dei furrrbbbi!”
Estate dopo estate, la domanda giungeva puntuale:
“Cosa volete fare da grandi?”
“Io la parrucchiera!”
diceva Anna sempre più entusiasta
“Io la contadina!”
Rispondevo, dopo che avevo dato una mano alla nonna nei campi.
Lo zio scuoteva la testa rivolgendosi a mio padre
“Con queste belle idee, chissà che fine che faranno!”
“Na paruchiera par casa la serve”
Diceva la nonna, china a pulire la stufa
“Ca la Catina, deso che la ga el negosio novo e la se fa ciamar Katya, l’è masa cara!”
Lo zio continuava a ridere e :
“Loro!”, diceva indicando i figli, “Loro si che faranno strada anche se, di lavorare non ne hanno bisogno!”
e poi :
“Lorella, parla già l’inglese bene, ma così bene che gli inglesi manco la capiscono!”
Io non capivo cosa ci fosse di strano nel fare la contadina, dato che con nonna nei campi mi ero sempre divertita un mondo.
Crescendo provavo un senso d’angoscia ogni volta che vedevo i miei cugini. Lorella, un’estate sarebbe diventata medico, un’altra astronauta, la successiva scienzato. Di Marco ho un ricordo piuttosto sfocato: le uniche volte che lo vedevo davvero interessato a qualcosa era quando veniva padre Matteo, che era stato anni missionario in Colombia.
Poi, all’improvviso, Marco non si vide più. Seppi, tempo dopo, che era stato bastonato a sangue dal padre perchè non ne aveva voluto sapere di fare l’università.
“Na roba da mati”
ripeteva il nonno
“na roba da mati, farghe così a un bocia!”
All’università si iscrisse invece Lorella. Ed era così entusiasta che sperimentò parecchie facoltà, addirittura riuscì a cambiarne tre in un anno solo.
Gli zii continuavano a guardare con sufficienza Anna che faceva la scuola per parrucchiera e io quando mi iscrissi al lieco artistico, fui liquidata dalla zia Daria con
“Ma è una cazzata!”
Del figlio non facevano mai parola, solo una volta zia Daria aveva confidato a mia madre di aver temuto una denuncia
“Sai se lo avesse saputo la ditta di mio marito!”
Notizie che mi sono giunte, dicono che, dopo il seminario ha preso i voti e ora è missionario da qualche parte nel terzo mondo.
Poi non si sa bene come, o il mondo non è stato più dei furbi, oppure c’è stato qualcuno più furbo che ha preso il mondo, fatto sta che lo zio Carlo, non si vide quasi più al paese. Al massimo faceva una puntatina per accompagnare zia Daria e la figlia, e poi se ne ritornava in città.
“Mio marito!” sentivi la zia che sbandierava ai quattro venti
“Ha un bel casino per la testa! Adesso sempre in tribunale, ma ci sono gli americani cazzo!ci pensano loro!”
Gli americani pensarono ad una buonuscita che consentiva appena appena di arrivare a fine mese e così gli zii fecero carte false perché, morti i nonni, a loro venisse assegnata la cas con le imposte colorate e i gerani alle finestre, si proprio quella che, per dirla con zia Daria
“Ma nemmeno se me la regalano!”
Li si vede poco in giro per il paese, zia Daria va da Anna a farsi fare la piega il martedì, poco dopo l’apertura, così da incontrare meno gente possibile, Lorella invece visto che parla così bene l’inglese che nemmeno gli inglesi la capiscono pulisce le stanze all’hotel centrale
*Incipit tratto dal romanzo di Fabio Volo "Esco a fare due passi"