venerdì, 03 luglio 2009, ore 18:39
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theharvesttop Salve a tutti, visto che questo è un blog di storie casalinghe e che anche le piante ne hanno tante da raccontare, ho deciso di iniziare una nuova rubrica: sul terrazzo. Tengo a precisare che non sarà una pagina di giardinaggio visto che non ho assolutamente il pollice verde; si tratterà invece di uno spazio dedicato a storie e leggende di piante e di fiori.

Iniziamo da una pianta piuttosto comune alle nostre latitudini e diffusa ormai in tutto il mondo: la verbena.

E' facile da coltivare ed adattabile, resistente, fa sempre una bella figura. L'unica sua pretesa è di venire esposta in pieno sole; se la si segue un po' ossia, la si concima e la si pota ogni tanto, tiene una buona fioritura da maggio a ottobre.

Di verbene ne esistono parecchi tipi, di varia altezza e con le foglie lanceolate. I fiori sono piccoli e presenti in quasi tutte le tonalità di colore. Sono oltre 200 le specie, tantissimi gli ibridi che si riconoscono perché i fiori hanno i petali dai colori striati. Quelle nane, che tengono un portamento strisciante e, in vaso tendono a “cadere”, possono essere un bell'ornamento per i terrazzi.

La verbena è considerata da sempre una pianta magica: i romani, che forse ne avevano conosciuto i poteri dai druidi, ritenevano che favorisse gli innamoramenti e per questo la avevano consacrata a Venere, della quale adornava il capo assieme al mirto.

Ancora oggi, una leggenda consiglia, se si vuole far innamorare una persona, di stringergli la mano dopo aver sfregato il palmo con foglie di verbena.

Sempre i romani usavano le verbene per purificare gli ambasciatori in partenza per le missioni diplomatiche. Secondo alcuni, le verbene nascevano nel bosco consacrato alla dea Strena, una divinità italica che aveva dimora in un boschetto vicino a Roma. Fu Tito Tazio il primo a donare un rametto di Verbena, colto proprio nel bosco della dea , come auspicio di buona fortuna per il nuovo anno, da qui deriva il nome di Strenna per indicare il dono di Natale. Dal medioevo in avanti, la verbena è sempre stata considerata una pianta magica, usata dalle streghe per i loro incantesimi. È una delle cosiddette erbe di San Giovanni, ossia dotate di poteri magici, assieme alla salvia e all'Iperico.

Le proprietà medicinali della verbena sono assai note: contiene la verbenalina che può determinare contrazioni fino alla paralisi. È utilizzata anche contro la febbre e per le affezioni del fegato oltreché, ai giorni nostri è indicata per la cura degli esaurimenti.

Da dove deriva il suo nome? Secondo alcuni filologi c'è la radice di Herbena che significa verde, secondo altri dal sanscrito che significa prosperare. Crescere, anche se, secondo Savonarola la verbena pretendeva la castità non permetteva il coito per 7 giorni.

per saperne di più

A. Cattabiani. Florario , Mondadori 1996

Enciclopedia tematica. Fiori e Giardini.

Verbena

Questa è la Verbena ibrida del mio terrazzo

 

 


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domenica, 21 giugno 2009, ore 22:08
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31032009(001) È ormai scientificamente provato che esiste una forma di dipendenza da cioccolato. Nulla di nuovo, dato che, già nel XVII secolo era ritenuta nutriente, stimolante, afrodisiaca efficace contro l'ipocondria e utile per l'alito.

Me ne sono fatta una ragione: se non ne mangio un po' ogni giorno, soprattutto alla mattina, divento cattiva. Assieme al tè, è una delle cose cui non riesco a rinunciare.

I primi a coltivare la pianta del cacao furono i Maya e successivamente gli Aztechi. All'inizio era consumata soprattutto liquida: le civiltà precolombiane usavano la cioccolata, che aveva, tra gli altri, il pregio di alleviare la fatica, come bevanda rituale destinata ai sacerdoti e ai nobili. Pare che gli Aztechi conoscessero anche la cioccolata solida, ottenuta triturando i semi su una pietra particolare chiamata metate, un processo poi importato nella contea di Modica.

La cioccolata da bere era ottenuta tramite una complicata lavorazione fatta di continui travasi, che portava al formarsi sulla superficie di una schiuma. Oltre all'aspetto, anche il sapore non doveva essere un granché: amara, veniva aromatizzata con vaniglia, peperoncino e pepe oltre che con farina di mais e miele, tanto che il gesuita José de Acosta la descriveva disgustosa ma buona contro il catarro e il mal di stomaco. Ciò non toglie che i coloni spagnoli, una volta appresi gli usi e costumi del nuovo mondo, divennero ghiotti di cioccolata, che consumavano soprattutto a colazione infatti, nel '700 si usava l'espressione alla cioccolata per dire alle 8 di mattina.

Tra gli europei, questa strana bevanda non ebbe, in un primo tempo, molto successo.

Alcuni semi della pianta del cacao furono donati da Cristoforo Colombo alla regina di Spagna che pare non abbia molto gradito. In seguito Cortes, scambiato al suo sbarco nelle Americhe per il dio Quetzalcoàtl, aveva ricevuto in dono dall'imperatore Montezuma un'intera piantagione di cacao, ne portò in dono all'imperatore Carlo V alcuni semi dando così inizio alle importazioni nel vecchio continente.

In Europa, i primi a dedicarsi alla lavorazione del cioccolato -e così ci rovinarono!- furono gli ordini monastici, che ebbero la brillante idea di aggiungervi vaniglia e zucchero al fine di renderla gradevole al gusto. In Italia arrivò nel '600, prima in Toscana e poi via via a Venezia e in tutta la penisola.

Noi dipendenti da cioccolata, siamo comunque in lieta compagnia, visto che diversi personaggi famosi ne furono estimatori. Papa Pio V ne permise l'assunzione durante la Quaresima. Voltaire pare ne bevesse diverse tazze al giorno per combattere la debolezza. Mozart la canta in Così fan tutte, mentre Tiepolo, sul soffitto della reggia di Wurzburg, dove sono rappresentate le allegorie dei continenti, a fianco dell'America, ha dipinto un ragazzo che offre una tazza di cioccolata.

Questi Tartufini al cacao, molto calorici e nutrienti, sono veloci da preparare e ottimi in casi di emergenza, quando tutti i bar e negozi sono chiusi.

Ovviamente, essendo una ricetta di mia invenzione, le dosi sono un po' alla vateciava, quindi fate voi!

28052009(001)


Ingredienti:

Biscotti secchi

Cacao (amaro o dolce, a scelta)

Burro

Zucchero.


Tritate finissimi i biscotti, sciogliete il burro in un pentolino a fuoco lento. Quando è quasi del tutto fuso aggiungete i biscotti e il cacao finchè si ha un impasto denso. Fate delle palline e, nel caso abbiate usato il cacao amaro, passatele nello zucchero. Mettetele un'oretta in frigorifero affinchè si solidifichino e quindi servire!



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domenica, 14 giugno 2009, ore 22:35
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faruffini2_gr

Federico Faruffini, la lettrice

Quando leggi un libro fai l'angolo alla pagina o usi un segnalibro?
Uso dei segnalibri con il segno zodiacale del periodo in cui cade la lettura.


Hai già ricevuto libri in regalo?
Troppo pochi. Purtroppo mi regalano sempre collanine, braccialetti e altri ninnoli che non metto mai. Io, invece, i libri li regalo quasi sempre

Leggi in bagno?
No

Hai mai pensato di scrivere un libro?
Scrivo racconti, qualche poesia. Troppo pigra per progettare e curare un intero romanzo.

Cosa ne pensi dei libri tipo trilogie?
Mi affeziono ai protagonisti e mi piace l'idea di ritrovarli nuovamente in libreria dopo qualche tempo. Mi piace anche godermi l'attesa tra un libro e l'altro. La saga migliore in assoluto è la serie di romanzi ambientata nell'antica Roma di Colleen mc Cullough.

Hai un libro che ritieni un "cult" per te?
Non mi separo mai dal Calendario di Alfredo Cattabiani: da appassionata di lunari e tradizioni popolari, rileggo questo libro ogni anno mese per mese. Ah, molte delle notizie della rubrica foglietto che non falla, vengono da lì.

Ti piace rileggere i libri ?
Vorrei ma non posso.

Ti piacerebbe incontrare gli autori dei libri che leggi?
Non è indispensabile, però, quando sono stata al Vittoriale, non mi sarebbe dispiaciuto conoscere D'Annunzio, probabilmente sarei scoppiata a ridergli in faccia, ma resta comunque uno dei miei scrittori preferiti.

Ti piace parlare delle tue letture?
Dipende, generalmente si. Mi incuriosisce tutto, amo i classici latini e greci, ma non ho pregiudizi verso testi leggeri o best sellers che rappresentano comunque una faccia del nostro tempo. Quindi non sopporto lo snobismo di certi acculturati, che giudicano trash le mie letture. Mi piace molto parlarne con gli amici on line.

Come scegli i tuoi libri?
In genere leggo le recensioni dei giornali, ma solo per farmi un'idea sulla trama e sul contenuto, poi, se l'argomento mi interessa li compro.

Una lettura inconfessabile?
Sono una cultrice di Liala che, sotto la patina zuccherosa, trovo molto più moderna di tante autrici contemporanee.

Il tuo posto preferito per leggere?

Mi piace stendermi a letto o sul divano, ma c'è l'inconveniente che poi scivolo lentamente e inesorabilmente nel sonno. Ultimamente leggo molto stando seduta alla scrivania, soprattutto se si tratta di saggistica e devo concentrarmi.

Quale è il tuo libro ideale?
boh

Leggere da sopra la spalla?
Se qualcuno lo fa a me vado in bestia, io però lo faccio sempre agli altri.

Televisione, videogioco o libro?
Una cosa non esclude l'altra

Leggere o mangiare?
Ma che domanda!

Leggi con la musica, senza o non importa?
La musica in genere mi infastidisce, però, per la mia cattiva abitudine di fare più cose insieme , leggo sempre ascoltando la radio o guardando la tv.

Un libro elettronico?
Se serve ad abbattere i costi perchè no?

Libro prestato o comperato?
A me basta leggere e stop, non sono una feticista dei libri. Spesso li prendo in prestito dalla biblioteca, soprattutto se si tratta di titoli che, so, non rileggerò più.

Hai già abbandonato la lettura di un libro?
Si, se vedo che la cosa non mi interessa, lascio perdere

Quale è il tuo primo libro d'amore che hai adorato?
Un Uomo di Oriana Fallaci, ricordo che lo aveva comprato mia madre per abbandonarlo in libreria, lo ho letto io ancora bambina.

Il tuo libro preferito?
L'insostenibile leggerezza dell'essere, di Milan Kundera, perchè mi ritrovo molto nei personaggi.

Il tuo scrittore preferito?
Ce ne sono molti, poi non è detto che di un autore mi piaccia tutto. Ho adorato D'Annunzio anche se ora mi sembra un po' datato, tra i contemporanei leggo con interesse i romanzi di Eraldo Baldini, che si ispira alle storie della nostra tradizione contadina.

Genere preferito
Di tutto un po'. Mi piacciono molto i romanzi storici soprattutto se ambientati nell'antica Roma, ma sono molto esigente

Quale è il libro che non ti è proprio piaciuto?

Anche qui ce ne sono molti. Mi viene in mente il primo libro che ho letto quest'anno La notte di Roma, di Emma Pomilio, a dimostrazione di come scrivere un romanzo ambientato nel mondo antico sia estremamente difficile.

Guardi i film dopo aver letto il libro?
Si mi incuriosisce sempre.

Tieni i libri, li presti o li dai via?
Li tengo tutti, anche quelli in omaggio nei giornali. Si li presto pure.

Conclusioni:
Sono avida di storie, per questo mi sono appassionata alla lettura e, in seconda battuta, alla scrittura. Penso che ogni storia, anche la più sgangherata e improbabile, abbia i suoi lati interessanti.







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domenica, 24 maggio 2009, ore 20:06
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Domaniavvenne Pare che quest'anno il mese di maggio stia per terminare prima del tempo visto che, dalle temperature e dal clima, sembra già di essere nel pieno dell'estate. Torno ad aggiornare il Foglietto che, negli ultimi mesi, ha un po' latitato.

A maggio si assiste al trionfo della natura, che si appresta ad offrire agli uomini i suoi doni, e, non a caso, siamo in un periodo ricco di feste, sia civili che e religiose: Calendimaggio, Ascensione, spesso Pentecoste, per non parlare di parecchi santi la cui devozione si è mantenuta ben viva fino ai giorni nostri.

Nell'antica Roma, si svolgevano alcuni riti collegati alla rigenerazione e alla fecondità della natura. I Floralia venivano celebrati tra la fine di aprile e i primi di maggio al circo Massimo con giochi e spettacoli. GiambattistaTiepoloRitrattodiFloraA festeggiare Flora,  divinità opulenta e licenziosa erano invitate anche le prostitute, che inscenavano finte cacce ad animali domestici, e per rendere ancora più vivo il simbolismo della natura come sessualità feconda, venivano sparsi a terra semi di varie piante

Dopo la discinta Flora, alle Calende di maggio, si celebrava un'altra dea: Fauna, nota anche come Bona Dea, tanto pudica quanto l'altra era lasciva, si racconta che mai avesse messo piede fuori dal gineceo. Ai suoi misteri, nel celebrati nel boschetto accanto al tempio sull'Aventino o presso alcune ricche dimore private, sovrintendevano esclusivamente le matrone romane, mentre gli uomini erano severamente banditi, neppure gli animali maschi venivano ammessi.

Non si sa da dove abbia origine questa misteriosa figura, rappresentata spesso insieme a serpenti che abitavano indisturbati la sua dimora. Secondo lo scrittore del terzo secolo Lattanzio, si tratta della moglie di Fauno, alla quale, la nota pudicizia non impedì tuttavia di bere vino fino ad ubriacarsi. Il marito infuriato la picchiò a morte con un ramo di Mirto, da ciò si spiega il perché questa pianta è rigorosamente tenuta fuori dal recinto del suo tempio.

Probabilmente si tratta di una antica divinità dei Marsi, Angizia,angizia raffigurata anch'essa con i serpenti, il cui culto, cristianizzato è ancora vivo in Abruzzo. Si pensi alla festa di San Domenico, a Cocullo, quando la statua del santo, ricoperta di serpi, è portata in processione per il paese come antidoto ai morsi di serpente e al mal di denti.

La Bona Dea, celebrata secondo Cattabiani il 1 di maggio, mentre per altri a dicembre, era una divinità importantissima per i romani e violarne i misteri significava commettere un grave sacrilegio. Nel nel 62 a.C, quando Publio Clodio si introdusse di nascosto nella casa di Giulio Cesare, dove erano in atto le celebrazioni della dea, lo scandalo fu talmente grande da indurre lo stesso Cesare a ripudiare l'incolpevole sposa con la famosa frase la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto.

Il primo giorno di maggio si celebrava anche un'altra dea: Maia, personificazione della terra da cui il mese prende il nome. Le veniva sacrificata una scrofa gravida, il sus maialis dal quale deriva, tra l'altro, la moderna etimologia di maiale, come presagio per la vita prospera dei campi. Maia, chiamata anche Bona Dea, Ops o Fauna, è probabilmente da identificare con la moglie del dio Vulcano dato che i sacrifici erano diretti proprio dal Flamen Vulcanalis ossia il sacerdote di questa divinità.


Flora, Bona Dea, Maia che hanno origine nella notte dei tempi e le cui caratteristiche talvolta simili, talvolta complementari, finiscono per sovrapporsi, sono le varie facce di una sola divinità: la Grande Madre Feconda che sovrintende ai cicli della natura.

Culti pagani certo, ma che, come tutti i riti e le tradizioni antiche non sono andati perduti: rimangono, seppur mutati, in molte celebrazioni cristiane. Oltre al culto di San Domenico, di cui abbiamo detto sopra e che si ricollega all'iconografia di Angizia Bona Dea, Cattabiani vede nell'austera Fauna un'anticipazione pagana dalla Madonna dal momento che, non a caso, il mese di maggio, assieme a quello di ottobre è per la Chiesa Cattolica un mese mariano. Senza contare che in questo periodo, quando a Roma si officiava la lustratio, ossia la purificazione dei campi, i cristiani celebrano le Tempora di primavera, un periodo di digiuno e purificazione, di cui avevo già parlato in un altro Foglietto.

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sabato, 23 maggio 2009, ore 14:19
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Ho sempre un, o anche di più, libro che mi accompagna e che scandisce le ore delle mie giornate, anche nottate, va.

Posto due brevi recensioni rigurado a due libri che ho finito da poco che, diciamo, mi sono piaciuti ma non così tanto da vincere la mia pigrizia e farne una scheda da inserire nella biblioteca di casa

Iniziamo da La bastarda di Istanbul, della scrittrice turca  Elif Shafak.istanbul Ne avevo sentito parlare (bene)da diverso tempo; le recensioni lo indicavano addirittura come  un romanzo rivelazione. Devo dire che mi ha un po' deluso. Lo ho trovato parecchio prolisso: la  vicenda tende a sfilacciarsi in pagine che si potevano anche omettere.   Le storie si moltiplicano, ma con parti inutili, che nulla danno in più alla vicenda. Io, che lo ho letto a "strappi"  tra un libro e l'altro dall'inizio di quest'anno, ogni volta che lo riprendevo, non avevo difficoltà alcuna a raccapezzarmi nella trama. Non so se questo gironzolare nei meandri della narrazione faccia parte della sensibilità mediorientale, fatto sta che la storia perde molta della sua tensione. Alcuni personaggi inoltre risultano poco credibili, quasi caricaturali. Forse è un effetto voluto per far risaltare l'originalità dell'intreccio. Resta comunque che le parti ambientate nei due ambienti paralleli del Caffè Kundera e Caffè Costantinopolis sono state quelle più noiose e per molti versi fastidiose del romanzo.

E'risultato piacevole, invece, avventurarsi assieme alle protagoniste nelle strade di Istanbul, scoprire angoli della città lontani dai consueti itinerari turistici, curiosare nelle stanze di una famiglia turca e vedere momenti di vita quotidiana. Alla fine del libro poi, ci si sente quasi a casa propria presso la famigla Kazanci e, una volta chiusa la copertina, si avverte la mancanza di Asya e Amy e dei loro pellegrinaggi in città.

Elif Shafak

La Bastarda di Istanbul

Rizzoli, 2007 9 euro.

L'altro è Troppo fiera, troppo fragile. Il romanzo della Callas di Alfonso Signorini.fiera

Confesso che ero un po' prevenuta dalla fama dell'autore ed invece si è rivelato un' interessante sorpresa. La buona documentazione mi ha fatto scoprire tanti episodi e aneddoti sulla Callas che non conoscevo. La vita della Divina è raccontata con cura e partecipazione indugiando su vicende della sua vita privata e intima. E proprio qui, secondo me,  sta il limite. L'autore ha indugiato troppo   su eventi della vita personale e "gossippara" e poco su quella artistica che mi sarebbe piaciuto approfondire di più.

Il tono di tutto il libro, poi,  è un po' troppo enfatico, per non parlare delle parti dialogate: battute che risultano essere artefatte e lunghe, troppo lunghe. Comunque resta una buona partenza per chi, non addetto ai lavori, voglia approfondire e conoscere meglio Maria Callas.

Alfonso Signorini

Troppo Fiera troppo fragile, il romanzo della Callas

Mondadori,2007 16 euro

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venerdì, 15 maggio 2009, ore 19:55
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giunone

Correggio, Giunone castigata

Non conosci questo gioco, ma ti incuriosisce, tu sempre attratta dalla novità. È per questo che mi hai seguito qui all’atelier. La tua voce cristallina rimbalza sulle pareti vellutate, sui divanetti dalle fantasie a damasco. Non stiamo più insieme da un anno, ma, sospettosa, hai accettato lo stesso di incontrarmi.
Ho chiuso la porta a doppia mandata e, schermate le finestre, accendo soltanto la piccola lampada che vicino alla cassa.
Come è strano il negozio adesso: gli appendini e le sedie proiettano ombre lunghe sul pavimento. I camerini con le tende accostate, spalancano bocche buie. Tutto l’ambiente sembra più piccolo ora, che è vuoto delle chiacchiere del giorno. La porta blu, che dà sulla vetrina è chiusa.
Mi piaci stasera, nei tuoi abiti severi: tailleur gessato nero con pantalone a sigaretta. Porti gli occhiali oggi, mentre di solito, per nascondere la tua miopia, preferisci le lenti.
Levi la giacca, ti accomodi sulla sedia e mi guardi, tenendo il mento sul palmo della mano. Un bottone della camicetta bianca è aperto, sei senza reggiseno. Hai capito il gioco. Punti al rilancio.
Tra noi è finita da mesi. Quando ero padrone del tuo corpo, tutto filava liscio. Conducevo io. Poi, a tradimento, tu hai voluto cambiare le regole…
Mi guardi e non dici nulla. Prendo tempo. Ho in mente un piano preciso, penso che ne abbia uno anche tu.
Ti sfilo la camicia, tu mi lasci fare. Poi pantaloni collant e slip, così, in fretta, tanto che non ne noto nemmeno il colore, sento solo la consistenza della seta nelle mani. Ti infilo le scarpe che hai perso mentre ti spogliavo:décolletées nere, con tacco dodici a stiletto. Non sei molto alta in effetti. Ora stai davanti a me, nuda, sulla poltroncina in falso settecento écru dallo schienale dorato e stucchevole. Punti i tacchi sul bordo e allarghi le gambe. Senza imbarazzo.
Ma io so andare più a fondo. Hai soltanto una piccola striscia di peli neri sopra la passera, le labbra sono completamente lisce. Si notano, sul tuo inguine, i segni dell’abbronzatura che sta svanendo. Apprezzavo la cura che avevi per le tue parti intime, ma ora, che lo fai per qualcun altro, mi fa solo rabbia. Prendo un piccolo rasoio, anche questo dorato, dal design antico. E ti depilo completamente. Nei tuoi occhi noto disappunto, anche se non vuoi farmelo capire. Faccio in fretta, pochi colpi, come tu fossi un animale. Poi ti rialzo in piedi e mi piaci. Così, sottile e liscia sembri ancora più nuda. Sei esile, con capelli neri dai riflessi blu notte tagliati a caschetto. Sembri più giovane dei tuoi quarant’ anni, hai tratti adolescenziali, gli occhi allungati tanto che, se non fosse per il seno, imponente, morbido, sembreresti una ragazzina orientale.
Ho in tasca un paio di manette sottili, d’argento, con dei brillantini incastonati sui bracciali. Sono raffinate e tenaci. Le faccio tintinnare davanti al tuo volto e in un lampo scattano ai tuoi polsi che ho portato, rialzati, dietro la nuca.
Non mi dai la soddisfazione di vederti umiliata, fino a quando non ti trascino verso la porta blu, quella che dà sulla vetrina. E’ adesso che capisci e cerchi di dibatterti. Ma sono più forte di te, almeno nel fisico, anche se non ho mai voluto, per mia scelta, dartelo a vedere.
Gridi e cerchi di mordermi, ti cascano gli occhiali. Allora raccolgo i tuoi piccoli slip e te li infilo in bocca. Lo sai che detesto le urla.
Nella vetrina, schermata all’esterno da una tenda di velluto pesante, l’aria è calda per i fari accesi. Ho allestito un piccolo cubo nel centro, quasi un palcoscenico, dove ti faccio salire da una scaletta. Dal soffitto pende un gancio. Piegato -ho calibrato il tutto per la tua altezza - ti alzo le mani sopra la testa e vi addentello le manette. I tuoi piedi toccano giusto il pavimento, proprio perché hai i tacchi alti. Poi scendo dal palco e, dopo aver puntato i fari sul tuo corpo, ti rimetto gli occhiali.
Infine apro la tenda come fosse un sipario.
Mi voglio godere anche io lo spettacolo in platea. Chiudo dietro di me la porta blu, spengo la lampada in negozio ed esco. È l’ora di punta, scarpe di ogni tipo calpestano i riflessi luminosi che i lampioni accesi disegnano nelle pozzanghere. Strizzi gli occhi per abituarti alla luce dei riflettori, e sei ancora più eccitante quando ti dibatti e stringi le cosce nel tentativo -vano- di nascondere la tua intimità. Mi mescolo agli spettatori che, sulla strada, si fermano incuriositi davanti alla vetrina, come fantasmi oblunghi nella sera umida. Avvolti nei loro cappotti scuri, sono ipnotizzati da questo spettacolo silenzioso.
Faccio dono della tua nudità, io, che per mestiere le donne sono abituato a vestirle. Ti do a tutti, senza che nessuno ti possa toccare, tu, che non hai voluto essere solo mia.

 

da: Sette storie erotiche

http://www.lulu.com/content/libro-a-copertina-morbida/sette-storie-erotiche/2924144

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sabato, 02 maggio 2009, ore 12:36
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Riporto questo bell'editoriale della scrittrice triestina Susanna Tamaro, apparso su il Giornale di ieri.

Da un paio d’anni a questa parte, quando incontro giornalisti o conosco persone nuove, mi capita una cosa strana. Dopo i primi convenevoli, tutti improvvisamente si irrigidiscono e, con uno sguardo imbarazzato, precisano: «Guardi che io sono laico». Avendo ben chiara l’etimologia delle parole - pur sembrandomi assolutamente fuori luogo l’osservazione - li rassicuravo. Sono laica anch’io, non ho mai preso nessun voto di un qualche ordine religioso. Poi con il passare dei mesi ho capito che c’era una grande battaglia in corso, una battaglia feroce e senza esclusione di colpi.

Il mondo sembrava diviso esattamente in due. Da una parte appunto i laici, difensori del progresso e della civiltà, e dall’altra i credenti, oscurantisti, alfieri del regresso, sessuofobici e nemici della libertà dell’uomo. E naturalmente io, in quanto credente, agli occhi di tutte le persone che mi incontravano, rientravo nella seconda categoria. Non ero preparata a trovarmi sul banco dei retrogradi, degli ottusi e quindi a dover rispondere a domande di imbarazzante limitatezza. Come tutte le persone solitarie, sono abituata a fare delle riflessioni piuttosto profonde e articolate sulle cose e davanti alla marea di questi pregiudizi e luoghi comuni mi sento completamente spiazzata.

Che cosa vuol dire credere? Obbedire ciecamente a una persona? Osservare dei rituali rassicuranti? Vivere nella paura dello scandalo, del peccato? Ho una natura anarchica e ribelle e difficilmente avrei potuto adattarmi a una qualsiasi di queste opzioni. Non sono cresciuta in un ambiente cattolico e dunque non ho assorbito - per fortuna - i nefasti condizionamenti di una fede trasformata in usanza, nella ripetizione vuota di formulette dal sapore dolciastro. Sono inoltre voracemente curiosa. Le cose che non comprendo, le voglio capire, come voglio costantemente riuscire a superare i limiti e gli ostacoli. Non ho mai avuto una folgorazione sulla via Damasco come San Paolo né quella più moderna di André Frossard. Piuttosto ho sempre sentito in me il forte desiderio di ricercare un senso e altrettanto forte la voce della coscienza. Sono stati proprio questi due fattori a spingermi verso un cammino di conoscenza e di studio che dura tutt’ora.

La maggior parte dei miei amici non è credente, eppure non ho mai sentito la necessità di criticarli, di cambiare la loro visione del mondo o, tanto più, di giudicarli. La diversità di idee mi è sempre sembrata una delle ricchezze della vita e non un nemico da combattere. Mi colpisce molto, dunque, lo spirito di feroce crociata che pervade l’universo dei laici. Perché tanto livore, tanto impiego di energia, tanta intolleranza verso persone che hanno una diversa visione del mondo? Perché tanto impellente è il bisogno di convincere le persone credenti che hanno imboccato una via sbagliata? Forse perché da noi si leva una voce in difesa della vita e contro altre barbarie che, astutamente e subdolamente, si vogliono far passare come progressi per la libertà dell’uomo?

Non c’è forse dietro questa crociata delle certezze - perché queste persone, beate loro, vivono confortate da straordinarie certezze - la volontà di rimuovere la parte più profonda dell’uomo, la più oscura, quella che lo lega al mistero del male e alla finitezza e che ne fa una creatura perennemente alla ricerca di senso?

È proprio da questa ricerca che nascono le inquietudini, i dubbi e le domande. E le domande, inseguendosi l’un l’altra, a un certo punto si scontrano con qualcosa che non è più fonte di ragionamento, ma di meraviglia, perché, a un tratto, ci si rende conto che la realtà dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo sfugge alla percezione della nostra mente.

La consapevolezza del divino non nasce dunque dalla paura né dal conformismo, ma piuttosto dalla meraviglia, dal saper vivere con emozione e stupore la ricchezza - anche tragica - che la realtà di ogni giorno ci propone. Vivere con la fede non vuol dire chiudere delle porte perché si teme quel che c’è dietro, ma aprirle tutte perché non c’è niente dietro che ci possa far paura. Né la morte - questo grande mistero che tutti ci attanaglia - né la malattia, né l’imprevedibilità della vita.

L’accettazione del mistero ci permette di far scivolare in secondo piano quella cosa così noiosa e ingombrante che si chiama «io» e che ci ossessiona con le sue monotone cantilene dalla nascita alla tomba, questo tronfio nanerottolo che ci vuol far credere che la realtà sia solo quella che lui è in grado di proiettare sullo schermo della nostra mente, che sa domare e manipolare secondo i suoi desideri, e che nulla - al di fuori del suo raggio d’azione - possa esistere. Io penso in realtà che la vita non sia stare in una gabbia, seppur confortevole, e difendere con alti strilli il suo perimetro - come vuole quel nanerottolo - ma fuggire da tutte le gabbie, da tutto ciò che rimpicciolisce e umilia la misteriosa grandezza e dignità dell’uomo.

La fede nella mia vita non ha portato alcuna chiusura, alcuna paura. Anzi, quelle che c’erano, le ha spazzate via, spazzando via anche molte certezze. Per questo resto strabiliata davanti all’immagine spauracchio del credente che viene agitata in questa battaglia, diventata ormai guerra aperta. E questa guerra, alla fine, non è la guerra tra le ottuse truppe del Papa e i paladini del progresso autodeterminato, ma tra chi è in grado di ascoltare ancora la voce della propria coscienza - che sia credente, agnostico, buddista, ebreo o musulmano - e ha a cuore la delicata complessità dell’uomo e chi ascolta invece unicamente la rumorosa grancassa dei media.
Susanna Tamaro

da il Giornale,01.05.2009

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=348073&START=0&2col=


lunedì, 20 aprile 2009, ore 19:34
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31032009(001)Adoro le torte salate, sono un monopiatto facile da cucinare, veloce e che fa sempre la sua bella figura.

Questa è di mia invenzione, con un prodotto delle nostre terre venete: il radicchio rosso.

Ingredienti

4 cespi di radicchio

100 grammi di gorgonzola

2 uova

250 grammi di ricotta

pasta sfoglia

panna o latte, sale, formaggio parmigiano, cipolla.

Le dosi sono un po' alla vateciava, visto che la ho inventata di sana pianta, quindi aggiustate voi.

Fare soffriggere un po' di cipolla cui aggiungere il radicchio e portare a cottura.  In una terrina sbattere la ricotta assieme al latte o alla panna, per avere un amalgama piuttosto liquido. Aggiungere quindi le due uova, aggiustare di sale e sbattere il tutto. A questo composto vanno  aggiunti il radicchio e il gorgonzola tagliato a cubetti

In una teglia stendere la pasta sfoglia (uè, ricordarsi di bucherellare con la forchetta, altrimenti non passa l'aria e si "gonfia") versare dentro tutto ciò che si è preparato prima. Sopra stendere uno strato di parmigiano grattuggiato, in modo che, con la cottura,  si formi una bella crosticina saporita.

Infornare a 200 C per circa 45 minuti. Lasciare raffreddare prima di servire di modo che diventi compatta. L'ideale è prepararla il giorno prima, per poi passarla qualche minuto nel forno prima di metterla in tavola

Ecco il risultato !!!

20042009

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lunedì, 13 aprile 2009, ore 21:28
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goticorur

Finalmente! per sentire un brivido lungo la schiena, non bisogna andare fino in America, nelle metropoli alienanti, ma tutto sommato lontane, che, proprio per questo, non spaventano poi più di tanto. Ci siamo mai chiesti, invece, cosa succede nei tranquilli borghi della nostra provincia? In quei paesotti di quattro case più la chiesa e la scuola? Chi penserebbe che nella realtà celano bimbi assassini, nonnette cannibali e strane figure che appaiono all'improvviso dalla nebbia?
Eraldo Baldini, con questa raccolta di racconti pubblicata nel 2000 e che gli è
valsa alcuni riconoscimenti, getta una luce sinistra sulla nostra campagna.
Giovane Autore della scuola romagnola come Lucarelli e Simona Vinci, è ora riconosciuto come maestro del noir all'Italiana, grazie anche ad un altri bei romanzi tra i quali Bambine del 2001

I luoghi teatro delle vicende paiono essersi fermati ad un'epoca senza tempo, isolati nella nebbia, popolati da abitanti caricaturali che sembrano usciti da un quadro di Bosh e che parlano dialetti incomprensibili. Non a caso, la voce narrante è sovente quella di un estraneo: un medico, un giornalista un maestro che, dallo spirito razionale, fatica a capirne le usanze, subendone tuttavia il fascino fino a soccombere (Re di Carnevale).

Quello di Gotico Rurale è un mondo dalla religiosità arcaica che si esprime in riti violenti, dove il cristianesimo ha attecchito in modo superficiale, mentre vive restano ancora le radici pagane tanto che lo scontro tra le due culture sfocia in esiti drammatici (il grande secco). Il male, la disgrazia, sono a volte così connaturati ontologicamente con l'universo che all'uomo nulla è dato se non rassegnarsi (Il gorgo nero). La natura resta perciò spaventosa e inquietante, come nel bellissimo Urla nel grano poetico e dalle suggestioni romantiche.
Il mondo naturale non è idilliaco o tenero, come non lo sono i bambini, creature umane più primitive e perciò ben integrati nei suoi riti , come il terribile protagonisti di In fila per due.
Baldini, come spiega nella postfazione il suo conterraneo Francesco Guccini, ci presenta un natura, che è si madre, ma che all'improvviso può diventare ostile e assassina. Il mondo contadino, con le sue leggende, continua a fare parte del nostro sentire atavico, e noi, benché urbanizzati ce lo portiamo dentro ed è forse, proprio per questo che i suoi racconti continuano a spaventarci.

Eraldo Baldini
Gotico Rurale
Frassinelli 9.50 euro

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giovedì, 02 aprile 2009, ore 20:52
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02042009

Piatto in vetro  con tovagliolo e acrilico

Ecco qui un mio piatto con un primaverile tulipano, sperando che il sole e la bella stagione arrivino presto.

Lavorare su vetro, malgrado tanti sostengano il contrario, è per me piuttosto difficile. Intanto si esegue al contrario, ossia prima la figura e  poi la base ad acrilico o  carta di riso.

Una cosa che non sopporto sono le bolle di colla che si vedono in trasparenza sui disegni della carta o del tovagliolo. Se si usa la carta consiglio di premere con forza sulla figura allo scopo di far uscire tutta l'aria; se invece si usa il tovagliolo, è bene adoperare pochissima colla, al limite, ma di questo ne parliamo dopo, si dà una seconda mano, se si deve fare uno sfondo ad acrilico.

Per nascondere le pennellate di colla,  tamponare con la colla stessa su tutta la superficie di vetro e poi asciugare a phon. Sempre con il tampone, dare una mano di window color trasparente, così la colla diventerà del tutto invisibile.

Se si usa il tovagliolo, consiglio dopo aver dato una seconda mano di colla e averla asciugata, di ricalcare (dal rovescio) la figura con una mano di acrilico bianco. Occhio che la colla deve coprire bene tutto il disegno, altrimenti il colore trapassa e viene una schifezza!

Per quanto riguarda lo sfondo ci si può sbizzarrire: i più usano la carta di riso (a me non entusiasma), in alternativa si può adoperare acrilico, magari tamponando per fare le sfumature.

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