
Nelle nostre città, da qualche anno, alla fine di ottobre, è tutto un fiorire di zucche alle finestre delle case o nelle vetrine dei negozi in un tripudio di ghigni arancioni.
Molti storcono il naso di fronte a quella che pensano sia soltanto una moda americana, mentre in realtà, se guardiamo con attenzione al nostro passato, vediamo che, porre zucche illuminate ai crocicchi o alle finestre delle case, era una tradizione in voga nelle campagne di quasi tutte le regioni italiane.
La zucca ha da sempre una funzione magica: è associata ad un'idea di rinascita, forse per la sua forma che richiama un ventre gravido contenente i semi al suo interno. Priapo, la divinità associata alla fecondità ma anche al ciclo morte – rinascita, era detto custode di zucche.
La leggenda della zucca di Halloween è di tradizione anglosassone: Jack O' Lantern, un ubriacone che, con uno stratagemma ottenne dal Diavolo la promessa di non essere accettato all'inferno, una volta morto, non potendo certo andare in paradiso, fu condannato a vagare per il mondo con una lucerna nascosta dentro una rapa. I primi coloni importarono la tradizione negli Stati Uniti, ma, visto che lì le rape scarseggiavano, vennero sostituite dalla zucca.
La tradizione non è però solo nordica, non è soltanto un ricordo del Samain,il capodanno celtico che segnava il passaggio da un anno agricolo all'altro. Come racconta Eraldo Baldini nel suo saggio Halloween, nei giorni che i morti ritornano, anche in Italia i primi giorni di novembre erano vissuti come una sorta di capodanno, nel quale, come in tutti i momenti di passaggio c'era un rimescolamento tra il visibile e l'invisibile.
Molte sono le tradizioni popolari che riguardano il ritorno dei morti, alcune spaventose, altre divertenti in un tentativo giocoso di esorcizzare una paura ancestrale. La Caccia Selvaggia, un mito di derivazione germanica presente nelle regioni del Nord, racconta di una minacciosa battuta venatoria delle anime dei trapassati, mentre in Trentino è sconsigliato stringere la mano ad un morto che si incontra per la via: si rischia di dover tenere con sé una delle sue dita fino all'anno successivo.
Ma tornando alle zucche: come molti simboli, hanno la doppia valenza sia apotropaica, che di rappresentazione.
Le Lumere, ossia le zucche intagliate con quattro fori a rappresentare gli occhi e la bocca e dentro cui veniva acceso un lume, erano messe ,sia in Lombardia che in Piemonte, ai lati delle strade o alle finestre delle case. Rappresentavano insieme l'anima del trapassato, ma avevano anche funzione di tenere lontani gli spettri redivivi. In Veneto la suca bruca e in Romagna la Piligrena rappresentavano il fuoco fatuo e, tra i lazzi dei ragazzini, spaventavano i passanti che si avventuravano per i sentieri bui. In Trentino si usava addobbare la croce del cimitero con tanti piccoli lumicini mentre braccio maggiore la zucca vuota illuminava la notte come un sinistro teschio.
In alcune regioni era chiamata la morte: in Friuli zucche vuote dette anche la morte zucheta adornavano le tombe nel giorno di Ognissanti o della ricorrenza dei defunti. In Toscana, benché non strettamente legata alle ricorrenze dei primi di novembre, ma diffusa durante l'intero ciclo autunnale, la zucca illuminata era chiamata morte secca e, sempre nello stesso periodo i ragazzini costruivano lo zozzo, un fantoccio vestito di stracci che come testa aveva appunto una zucca e con il quale si divertivano a terrorizzare gli amici.
Abbiamo prima accennato a Priapo il dio della fecondità e del sottosuolo come divinità legata alle zucche: in Abruzzo, la zucca vuota era adornata di corna talvolta formate da due peperoncini – pianta afrodisiaca- ed era detta morte cazzuta. Veniva portata in giro per il paese da ragazzini, rappresentazione dei defunti redivivi, che si fermavano con schiamazzi davanti alla casa degli uomini presunti cornuti.
Sappiamo già che, in molte parti d'Italia, San Martino era la festa dei cornuti: in un momento di confusione tra vita e morte, da una parte si portavano a galla, per esorcizzarli, i peccati che minavano l'ordine sociale, dall'altra un riferimento all'erotismo, sia pure irregolare, e alla procreazione era ritenuto di buon auspicio. Così la zucca, che grazie alla sua forma poteva richiamare sia il fallo che il ventre materno, diventava il simbolo della rinascita mentre i morti all'11 novembre terminavano il loro passaggio sulla terra per ritornare nelle dimore sotterranee, custodi dei semi e della vita che si rinnova anno dopo anno.
Pochi sanno che il Manifesto del Futurismo del 1909, prima che su Le Figaro, uscì in anteprima mondiale sulla Gazzetta dell'Emilia, mentre al Teatro Regio di Parma, Marinetti nel 1906 declamò quell'anticipazione della poetica futurista che è l'Ode à l'automobile.
La Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo, a pochi chilometri da Parma, celebra con la mostra, FUTURISMO! da Boccioni all'Aeropittura, curata da Stefano Roffi,il centenario della nascita del movimento di Marinetti e quello dei primi voli aerei.
Attraverso un centinaio di opere, è possibile ripercorrere, accompagnati da declamazioni sonore, le tappe dell'evoluzione del Futurismo: dai suoi inizi, alla scoppiettante rivoluzione degli anni milanesi precedenti la prima guerra mondiale, fino alla “rinascita” romana del cosiddetto Secondo Futurismo che, con la celebrazione del volo, introduce una nuova prospettiva visiva dello spazio e del paesaggio.
La rappresentazione della velocità, delle metropoli illuminate dalla luce elettrica, il culto dell'automobile e del lavoro nelle fabbriche, irrompono nelle arti grazie al Futurismo, che, allergico ad ogni riferimento statico e “passatista”, declina dapprima le sue tematiche attraverso lo spartito del divisionismo come nel Romanzo della cucitrice di Boccioni, o del cubismo come nel Cavallo sellato di Sironi.
Ma ben presto, il Futurismo, Caffeina d'Europa come si autodefinì il fondatore Marinetti, prende una via autonoma: Balla, allo studio sulla linea, unisce anche sperimentazioni su luce e colore (Canto patriottico, Motivo con la parola Balla). La Ballerina articolata di Severini realizzata con la tecnica del collage, introduce nell'arte il movimento, non solo rappresentato ma fisico.
Troppo spesso liquidato come un movimento esclusivamente iconoclasta e provocatorio, a lungo ostracizzato per l'adesione al Fascismo di molti esponenti, il Futurismo fu in realtà una corrente giovane – i più anziani fra noi hanno trent'anni, recita il manifesto – e profondamente democratica. Quando Marinetti parlava di distruzione delle accademie, oscuramento del chiaro di luna, asfaltatura dei canali veneziani, forse si riferiva proprio a questo: ad un'arte aulica, per pochi, contrapporre un'arte alla portata di tutti, che pulsa e vive nel quotidiano. Ecco allora l'interesse per la moda- in mostra si possono vedere dei figurini di Balla- la cucina della quale uscì un manifesto nel 1930, e l'uso di materiali comuni nelle arti figurative.
Baldelli crea ceramiche dalla linea aerodinamica destinate all'uso quotidiano, Depero realizza con il feltro tarsie di animali colorati, Bot ritrae un'Enrica Futurista utilizzando ferroplastica e acciao. Lo stesso Depero arrivò a progettare una Casa Futurista a Rovereto, dove gli oggetti e i complementi d'arredo sono creati non per goderne esteticamente, ma per essere usati dai suoi abitanti.
Anche l'editoria cambia, in omaggio ai nuovi materiali e alla meccanizzazione dell'universo: sono esposti il libro imbullonato di Depero, e quello di latta, di Tullio d'Albisola. La scultura rende la libertà e la simultaneità del movimento ne Il pilota stratosferico di Renato di Bosso
Dagli anni '20 in poi, grazie ai frequenti viaggi di Marinetti e soci, il Futurismo fu l'unico movimento italiano di respiro internazionale, in grado di confrontarsi con altre correnti artistiche europee portando la nostra cultura nel circuito mondiale.
Depero si trasferì negli stati Uniti dove si scontrò con le problematiche legate alla grande crisi: i suoi personaggi sembrano tanti piccoli automi presi nell'ingranaggio dell'industria, e richiamano alla mente le parole di Marinetti quando, in una delle sue ultime opere, dice dell'illusione di sentirsi meccanico quando si è soltanto carne piangente..
Il primo conflitto mondiale fu una cesura importante: molti esponenti interventisti e coerenti con la tanto declamata esaltazione della guerra, presero parte al conflitto e vissero in prima persona l'esperienza della trincea. Alcuni come Boccioni e Sant'Elia trovarono la morte, altri quali Carrà, di ritorno dal fronte, passarono nuove sperimentazioni.
Il movimento si trasferì a Roma: dopo una prima fase, vicina allo stile costruttivista e post cubista, si avrà l'exploit dell'aeropittura, il cui manifesto del 1931, sancisce una nuova visione, dall'alto, cui alla velocità orizzontale si aggiunge quella verticale della picchiata.
L'ultima sezione è dedicata alla pubblicità. Secondo le intenzioni di Marinetti l'arte doveva essere fortemente pubblicitaria, farsi portavoce della nuova religione, quella dell'industria, partecipare all'evoluzione del costume. Vasta è la selezione dei manifesti: i colori sono accesi tipici del Futurismo mentre le linee esprimono la rigorosità del primo razionalismo, le tematiche dimostrano ancora una volta come il Futurismo abbia contribuito attivamente alla modernizzazione di tutti i campi della vita sociale, e sia stato innovativo nell'inventare nuovi linguaggi di comunicazione.
FUTURISMO!
da Boccioni all’Aeropittura
Fondazione Magnani Rocca
Parma – Mamiano di Traversetolo
6 settembre – 8 dicembre 2009
http://www.magnanirocca.it/futurismo/pages/scheda.html
Ed inoltre...
Giordano Bruno Guerri, Filippo Tommaso Marinetti. Invenzioni avventure e passioni di un rivoluzionario. Mondadori 2009
Giancarlo Carpi, (a cura di), Futuriste. Letteratura. Arte. Vita. Castelvecchi 2009.
Antonino Reitano, L'onore, la patria e la fede nell'ultimo Marinetti. Parisi 2006
Silenzio attenzione meno tre due uno
si ascoltino i funghi
che nel bosco stanno spuntando
uno buono uno velenoso
uno buono uno buono uno velenoso
-Vivian Lamarque-
Quest'estate ho un po' latitato dalla mia casa virtuale. Ora che è arrivata la stagione dei colori e dei sapori, l'autunno, che invita a stare in cucina, torno con questa torta salata a base di patate,speck e soprattutto funghi.
In tutte le epoche storiche, i funghi erano visti con un misto di riverenza, curiosità e sospetto, perché si riteneva spuntassero miracolosamente, dato che le spore con il loro sistema di riproduzione furono scoperte soltanto nel '700.
Pausania, uno scrittore greco del II secolo a.C, racconta che Perseo, dopo essersi dissetato in un cappello di fungo, fondò la città di Micene -il cui nome deriva dal greco mykés, che significa Fungo-
Nel mondo romano, i funghi erano guardati con timore, tanto che la parola Fungus, stava a significare portatore di morte. Secondo la tradizione, l'imperatore Claudio morì avvelenato da un piatto di funghi di cui era ghiotto, come la maggior parte dei suoi sudditi.
Nel medioevo, in quanto misteriosi figli della terra, si pensava fossero i frutti dal demonio e grazie alle loro proprietà allucinogene, usati dalle streghe per preparare filtri e pozioni. Tornarono in auge nel rinascimento: citati in molti ricettari allietarono banchetti di re e imperatori. La loro presenza era nota anche alla cucina ebraica: un dizionario del 1579, il Dabber Tov, ossia parlare bene, cita i funghi fra le prelibatezze gastronomiche.
Ecco qui la mia torta salata. Come al solito, essendo una ricetta di mia invenzione, le dosi sono un po' alla vateciava, quindi aggiustate voi.
Ingredienti
Pasta sfoglia
4 patate
1 etto di speck affumicato
2 uova
300g di funghi
formaggio parmigiano
latte
rosmarino
Stendere la pasta sfoglia sul fondo di una teglia e foderare con le fette di speck.
Cuocere i funghi con olio, aglio e prezzemolo. Per quanto riguarda il tipo e la varietà, la scelta è vostra. A me piacciono i finferli – ossia i cantarelli o gallinacci-
se non avete un bosco vicino casa, visto che costano una cifra, si può utilizzare una busta di quelli surgelati.
Lessare le patate e schiacciarle – per chi ha fretta va bene anche una busta di preparato per il purè – aggiungere 2 uova, possibilmente con le chiare montate a neve e mescolare fino ad ottenere un composto fluido, nel caso si aggiunga un po' di latte, aggiustare di sale.
Insaporire con formaggio grattugiato e rosmarino. Versare il tutto nella teglia – volendo si possono fare più strati con le fette di speck- e ricoprire con i funghi.
infornare a 180° per circa 45 minuti.
Un appunto: in genere le torte salate, se mangiate appena sfornate, non sono un granchè. Per questo motivo preferisco cucinarle il giorno precedente e magari, prima di metterle in tavola passarle un attimo nel forno.

Ho notato che i post di in cucina sono parecchio cliccati,potete lasciarmi un commento o un appunto sul libro degli ospiti, insomma qualcosa tanto per sapere se le mie ricette vi sono piaciute?
:)

Scuola di Fontainebleau, fine del XVI sec. Gabrielle d’Estrées e una delle sue sorelle.
Ecco io adesso non vorrei che il disagio, risvegliato in me dalla luce crepuscolare, con il languore che mi provoca giorno dopo giorno, renda tremante la mia mano e mi faccia rinunciare per sempre.
Non sia mai che questo tempo del sogno rallenti i miei passi, affascinandomi con nuovi incantesimi, fino a farmi smarrire quel filo sottile che trattiene la chiave della libertà.
Solo ora mi accorgo che nel palazzo dove sono nata, giorno e notte hanno smesso, da tempo immemorabile, di misurare le ore, mentre ombre di invitati pallidi e leggeri, con passi silenziosi sui pavimenti intarsiati, tracciano l’ombra di una meridiana.
Anche i miei piedi nudi non fanno più rumore, quando attraverso le stanze che si rincorrono una dentro l’altra.
Passo vicino a mia madre. Sta china sulla sedia mentre cuce un abito da sera. Ha acceso il fuoco nel camino, come sempre, in estate e in inverno.
Mi affretto, svelta, finché i piedi ancora possono sentire il freddo marmo del pavimento. Ho perso gli abiti lungo il corridoio. Varco la porta e finalmente ti vedo, sorella mia, riflessa nel grande specchio di quella che era la nostra stanza.
Alzo la mano e tu mi saluti come una marionetta.
Sedici anni.
Hai la mia età; il tempo degli incantesimi, quando anche Rosaspina si punse con il fuso e visse un crepuscolo di cento anni.
Sedici anni, come quelli che ho compiuto, non ricordo più quando, dodici mesi dopo di te.
Dopo che, provando un abito cucito da nostra madre, uno spillo ti ha punta e hai avuto sedici anni per sempre. Dodici mesi dopo, ti vidi nel grande specchio barocco, che sta di fronte al nostro letto.
Ed anche io, da allora, ho sedici anni.
mentre l'alba e il crepuscolo si succedono senza senso, la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi ad imprigionare le mie risate e la mia voglia di ballare. Sulla parete, dietro le gelosie accostate, mi incantano le immagini di quando, nel cortile interno, al bordo della fontana, fuggendo lo sguardo occhiuto di nostra madre, passavamo ore a rimirarci sul fondo della vasca. Ti guardavo, non senza invidia, mentre spavalda, mostravi i seni diventare ogni giorno più sodi e mi lasciavi accarezzare i tuoi fianchi che intuivo carichi di promesse.
Ma da qualche tempo, per fortuna, la luce crepuscolare mi dà noia. I balli nel salone grande mi fanno girare la testa,caricatura delle corse che facevamo nel patio e che si concludevano sempre nello stesso punto.
Allungo la mano allo specchio da dove mi sorridi. I tuoi occhi, le tue labbra e il tuo seno, sono identici ai miei, sorella amata. Solo il sorriso non è uguale: tu sorridi sempre, io non più.
Ti guardo un’ultima volta mentre mi tenti, porgendomi, l’anello fatato tra l’indice e il pollice. Ad occhi chiusi, con i palmi delle mani appoggiati alla superficie fredda, ti sfioro il collo con le labbra, poi, scostandomi appena, tanto che il mio alito appanna la tua immagine, percorro con i polpastrelli la linea delle tue spalle e il cerchio del tuo seno. Stringo il tuo capezzolo, troppo bello per la gioia di un uomo, troppo perfetto nutrire la vita.
Ora è tempo. Adesso, prima che i crepuscoli mi fiacchino con il loro essere tutti uguali. Oggi, che nostra madre sta cucendo per me un abito funebre. So che vuole impedirmi di uscire dal nostro palazzo, come ha fatto con te, e come tu vuoi fare con me.
Ora, ora o mai più.
Sei morta, sorella mia.
Stai pagando il pegno dopo che hai accettato di avere per sempre sedici anni.
Con un pugno ti mando in tanti piccoli pezzi sul pavimento.
Un dolore acuto sale attraverso le vene per arrivare ad ogni nervo del mio corpo. Ora so di avere una mano, un braccio, e degli occhi che vedono gocce di sangue sporcare le mattonelle immacolate. Adesso ho orecchie per udire la mia voce che scuote le pareti.
Io corro, ora, attraverso la teoria delle stanze. Le gambe, non più avvezze, sono stanche dopo pochi passi. Uno sguardo alla stanza del camino, e vedo la larva di nostra madre immobile, incartapecorita.
Ecco, ora ho trovato la porta. Mi faccio schermo con la mano mentre esco nuda, i miei piedi sentono l’erba soffice del prato, e per la prima volta mi accorgo del calore del sole.
Salve a tutti, visto che questo è un blog di storie casalinghe e che anche le piante ne hanno tante da raccontare, ho deciso di iniziare una nuova rubrica: sul terrazzo. Tengo a precisare che non sarà una pagina di giardinaggio visto che non ho assolutamente il pollice verde; si tratterà invece di uno spazio dedicato a storie e leggende di piante e di fiori.
Iniziamo da una pianta piuttosto comune alle nostre latitudini e diffusa ormai in tutto il mondo: la verbena.
E' facile da coltivare ed adattabile, resistente, fa sempre una bella figura. L'unica sua pretesa è di venire esposta in pieno sole; se la si segue un po' ossia, la si concima e la si pota ogni tanto, tiene una buona fioritura da maggio a ottobre.
Di verbene ne esistono parecchi tipi, di varia altezza e con le foglie lanceolate. I fiori sono piccoli e presenti in quasi tutte le tonalità di colore. Sono oltre 200 le specie, tantissimi gli ibridi che si riconoscono perché i fiori hanno i petali dai colori striati. Quelle nane, che tengono un portamento strisciante e, in vaso tendono a “cadere”, possono essere un bell'ornamento per i terrazzi.
La verbena è considerata da sempre una pianta magica: i romani, che forse ne avevano conosciuto i poteri dai druidi, ritenevano che favorisse gli innamoramenti e per questo la avevano consacrata a Venere, della quale adornava il capo assieme al mirto.
Ancora oggi, una leggenda consiglia, se si vuole far innamorare una persona, di stringergli la mano dopo aver sfregato il palmo con foglie di verbena.
Sempre i romani usavano le verbene per purificare gli ambasciatori in partenza per le missioni diplomatiche. Secondo alcuni, le verbene nascevano nel bosco consacrato alla dea Strena, una divinità italica che aveva dimora in un boschetto vicino a Roma. Fu Tito Tazio il primo a donare un rametto di Verbena, colto proprio nel bosco della dea , come auspicio di buona fortuna per il nuovo anno, da qui deriva il nome di Strenna per indicare il dono di Natale. Dal medioevo in avanti, la verbena è sempre stata considerata una pianta magica, usata dalle streghe per i loro incantesimi. È una delle cosiddette erbe di San Giovanni, ossia dotate di poteri magici, assieme alla salvia e all'Iperico.
Le proprietà medicinali della verbena sono assai note: contiene la verbenalina che può determinare contrazioni fino alla paralisi. È utilizzata anche contro la febbre e per le affezioni del fegato oltreché, ai giorni nostri è indicata per la cura degli esaurimenti.
Da dove deriva il suo nome? Secondo alcuni filologi c'è la radice di Herbena che significa verde, secondo altri dal sanscrito che significa prosperare. Crescere, anche se, secondo Savonarola la verbena pretendeva la castità non permetteva il coito per 7 giorni.
per saperne di più
A. Cattabiani. Florario , Mondadori 1996
Enciclopedia tematica. Fiori e Giardini.

Questa è la Verbena ibrida del mio terrazzo
È ormai scientificamente provato che esiste una forma di dipendenza da cioccolato. Nulla di nuovo, dato che, già nel XVII secolo era ritenuta nutriente, stimolante, afrodisiaca efficace contro l'ipocondria e utile per l'alito.
Me ne sono fatta una ragione: se non ne mangio un po' ogni giorno, soprattutto alla mattina, divento cattiva. Assieme al tè, è una delle cose cui non riesco a rinunciare.
I primi a coltivare la pianta del cacao furono i Maya e successivamente gli Aztechi. All'inizio era consumata soprattutto liquida: le civiltà precolombiane usavano la cioccolata, che aveva, tra gli altri, il pregio di alleviare la fatica, come bevanda rituale destinata ai sacerdoti e ai nobili. Pare che gli Aztechi conoscessero anche la cioccolata solida, ottenuta triturando i semi su una pietra particolare chiamata metate, un processo poi importato nella contea di Modica.
La cioccolata da bere era ottenuta tramite una complicata lavorazione fatta di continui travasi, che portava al formarsi sulla superficie di una schiuma. Oltre all'aspetto, anche il sapore non doveva essere un granché: amara, veniva aromatizzata con vaniglia, peperoncino e pepe oltre che con farina di mais e miele, tanto che il gesuita José de Acosta la descriveva disgustosa ma buona contro il catarro e il mal di stomaco. Ciò non toglie che i coloni spagnoli, una volta appresi gli usi e costumi del nuovo mondo, divennero ghiotti di cioccolata, che consumavano soprattutto a colazione infatti, nel '700 si usava l'espressione alla cioccolata per dire alle 8 di mattina.
Tra gli europei, questa strana bevanda non ebbe, in un primo tempo, molto successo.
Alcuni semi della pianta del cacao furono donati da Cristoforo Colombo alla regina di Spagna che pare non abbia molto gradito. In seguito Cortes, scambiato al suo sbarco nelle Americhe per il dio Quetzalcoàtl, aveva ricevuto in dono dall'imperatore Montezuma un'intera piantagione di cacao, ne portò in dono all'imperatore Carlo V alcuni semi dando così inizio alle importazioni nel vecchio continente.
In Europa, i primi a dedicarsi alla lavorazione del cioccolato -e così ci rovinarono!- furono gli ordini monastici, che ebbero la brillante idea di aggiungervi vaniglia e zucchero al fine di renderla gradevole al gusto. In Italia arrivò nel '600, prima in Toscana e poi via via a Venezia e in tutta la penisola.
Noi dipendenti da cioccolata, siamo comunque in lieta compagnia, visto che diversi personaggi famosi ne furono estimatori. Papa Pio V ne permise l'assunzione durante la Quaresima. Voltaire pare ne bevesse diverse tazze al giorno per combattere la debolezza. Mozart la canta in Così fan tutte, mentre Tiepolo, sul soffitto della reggia di Wurzburg, dove sono rappresentate le allegorie dei continenti, a fianco dell'America, ha dipinto un ragazzo che offre una tazza di cioccolata.
Questi Tartufini al cacao, molto calorici e nutrienti, sono veloci da preparare e ottimi in casi di emergenza, quando tutti i bar e negozi sono chiusi.
Ovviamente, essendo una ricetta di mia invenzione, le dosi sono un po' alla vateciava, quindi fate voi!

Ingredienti:
Biscotti secchi
Cacao (amaro o dolce, a scelta)
Burro
Zucchero.
Tritate finissimi i biscotti, sciogliete il burro in un pentolino a fuoco lento. Quando è quasi del tutto fuso aggiungete i biscotti e il cacao finchè si ha un impasto denso. Fate delle palline e, nel caso abbiate usato il cacao amaro, passatele nello zucchero. Mettetele un'oretta in frigorifero affinchè si solidifichino e quindi servire!

Federico Faruffini, la lettrice
Quando leggi un libro fai l'angolo alla pagina o usi un segnalibro?
Uso dei segnalibri con il segno zodiacale del periodo in cui cade la lettura.
Hai già ricevuto libri in regalo?
Troppo pochi. Purtroppo mi regalano sempre collanine, braccialetti e altri ninnoli che non metto mai. Io, invece, i libri li regalo quasi sempre
Leggi in bagno?
No
Hai mai pensato di scrivere un libro?
Scrivo racconti, qualche poesia. Troppo pigra per progettare e curare un intero romanzo.
Cosa ne pensi dei libri tipo trilogie?
Mi affeziono ai protagonisti e mi piace l'idea di ritrovarli nuovamente in libreria dopo qualche tempo. Mi piace anche godermi l'attesa tra un libro e l'altro. La saga migliore in assoluto è la serie di romanzi ambientata nell'antica Roma di Colleen mc Cullough.
Hai un libro che ritieni un "cult" per te?
Non mi separo mai dal Calendario di Alfredo Cattabiani: da appassionata di lunari e tradizioni popolari, rileggo questo libro ogni anno mese per mese. Ah, molte delle notizie della rubrica foglietto che non falla, vengono da lì.
Ti piace rileggere i libri ?
Vorrei ma non posso.
Ti piacerebbe incontrare gli autori dei libri che leggi?
Non è indispensabile, però, quando sono stata al Vittoriale, non mi sarebbe dispiaciuto conoscere D'Annunzio, probabilmente sarei scoppiata a ridergli in faccia, ma resta comunque uno dei miei scrittori preferiti.
Ti piace parlare delle tue letture?
Dipende, generalmente si. Mi incuriosisce tutto, amo i classici latini e greci, ma non ho pregiudizi verso testi leggeri o best sellers che rappresentano comunque una faccia del nostro tempo. Quindi non sopporto lo snobismo di certi acculturati, che giudicano trash le mie letture. Mi piace molto parlarne con gli amici on line.
Come scegli i tuoi libri?
In genere leggo le recensioni dei giornali, ma solo per farmi un'idea sulla trama e sul contenuto, poi, se l'argomento mi interessa li compro.
Una lettura inconfessabile?
Sono una cultrice di Liala che, sotto la patina zuccherosa, trovo molto più moderna di tante autrici contemporanee.
Il tuo posto preferito per leggere?
Mi piace stendermi a letto o sul divano, ma c'è l'inconveniente che poi scivolo lentamente e inesorabilmente nel sonno. Ultimamente leggo molto stando seduta alla scrivania, soprattutto se si tratta di saggistica e devo concentrarmi.
Quale è il tuo libro ideale?
boh
Leggere da sopra la spalla?
Se qualcuno lo fa a me vado in bestia, io però lo faccio sempre agli altri.
Televisione, videogioco o libro?
Una cosa non esclude l'altra
Leggere o mangiare?
Ma che domanda!
Leggi con la musica, senza o non importa?
La musica in genere mi infastidisce, però, per la mia cattiva abitudine di fare più cose insieme , leggo sempre ascoltando la radio o guardando la tv.
Un libro elettronico?
Se serve ad abbattere i costi perchè no?
Libro prestato o comperato?
A me basta leggere e stop, non sono una feticista dei libri. Spesso li prendo in prestito dalla biblioteca, soprattutto se si tratta di titoli che, so, non rileggerò più.
Hai già abbandonato la lettura di un libro?
Si, se vedo che la cosa non mi interessa, lascio perdere
Quale è il tuo primo libro d'amore che hai adorato?
Un Uomo di Oriana Fallaci, ricordo che lo aveva comprato mia madre per abbandonarlo in libreria, lo ho letto io ancora bambina.
Il tuo libro preferito?
L'insostenibile leggerezza dell'essere, di Milan Kundera, perchè mi ritrovo molto nei personaggi.
Il tuo scrittore preferito?
Ce ne sono molti, poi non è detto che di un autore mi piaccia tutto. Ho adorato D'Annunzio e anche se ora mi sembra un po' datato, credo che continui ad influenzare il mio stile di scrittura.
Tra i contemporanei leggo con interesse i romanzi di Eraldo Baldini, che si ispira alle storie della nostra tradizione contadina.
Genere preferito
Di tutto un po'. Mi piacciono molto i romanzi storici soprattutto se ambientati nell'antica Roma, ma sono molto esigente
Quale è il libro che non ti è proprio piaciuto?
Anche qui ce ne sono molti. Mi viene in mente il primo libro che ho letto quest'anno La notte di Roma, di Emma Pomilio, a dimostrazione di come scrivere un romanzo ambientato nel mondo antico sia estremamente difficile.
Guardi i film dopo aver letto il libro?
Si mi incuriosisce sempre.
Tieni i libri, li presti o li dai via?
Li tengo tutti, anche quelli in omaggio nei giornali. Si li presto pure.
Conclusioni:
Sono avida di storie, per questo mi sono appassionata alla lettura e, in seconda battuta, alla scrittura. Penso che ogni storia, anche la più sgangherata e improbabile, abbia i suoi lati interessanti.
Pare che quest'anno il mese di maggio stia per terminare prima del tempo visto che, dalle temperature e dal clima, sembra già di essere nel pieno dell'estate. Torno ad aggiornare il Foglietto che, negli ultimi mesi, ha un po' latitato.
A maggio si assiste al trionfo della natura, che si appresta ad offrire agli uomini i suoi doni, e, non a caso, siamo in un periodo ricco di feste, sia civili che e religiose: Calendimaggio, Ascensione, spesso Pentecoste, per non parlare di parecchi santi la cui devozione si è mantenuta ben viva fino ai giorni nostri.
Nell'antica Roma, si svolgevano alcuni riti collegati alla rigenerazione e alla fecondità della natura. I Floralia venivano celebrati tra la fine di aprile e i primi di maggio al circo Massimo con giochi e spettacoli.
A festeggiare Flora, divinità opulenta e licenziosa erano invitate anche le prostitute, che inscenavano finte cacce ad animali domestici, e per rendere ancora più vivo il simbolismo della natura come sessualità feconda, venivano sparsi a terra semi di varie piante
Dopo la discinta Flora, alle Calende di maggio, si celebrava un'altra dea: Fauna, nota anche come Bona Dea, tanto pudica quanto l'altra era lasciva, si racconta che mai avesse messo piede fuori dal gineceo. Ai suoi misteri, nel celebrati nel boschetto accanto al tempio sull'Aventino o presso alcune ricche dimore private, sovrintendevano esclusivamente le matrone romane, mentre gli uomini erano severamente banditi, neppure gli animali maschi venivano ammessi.
Non si sa da dove abbia origine questa misteriosa figura, rappresentata spesso insieme a serpenti che abitavano indisturbati la sua dimora. Secondo lo scrittore del terzo secolo Lattanzio, si tratta della moglie di Fauno, alla quale, la nota pudicizia non impedì tuttavia di bere vino fino ad ubriacarsi. Il marito infuriato la picchiò a morte con un ramo di Mirto, da ciò si spiega il perché questa pianta è rigorosamente tenuta fuori dal recinto del suo tempio.
Probabilmente si tratta di una antica divinità dei Marsi, Angizia,
raffigurata anch'essa con i serpenti, il cui culto, cristianizzato è ancora vivo in Abruzzo. Si pensi alla festa di San Domenico, a Cocullo, quando la statua del santo, ricoperta di serpi, è portata in processione per il paese come antidoto ai morsi di serpente e al mal di denti.
La Bona Dea, celebrata secondo Cattabiani il 1 di maggio, mentre per altri a dicembre, era una divinità importantissima per i romani e violarne i misteri significava commettere un grave sacrilegio. Nel nel 62 a.C, quando Publio Clodio si introdusse di nascosto nella casa di Giulio Cesare, dove erano in atto le celebrazioni della dea, lo scandalo fu talmente grande da indurre lo stesso Cesare a ripudiare l'incolpevole sposa con la famosa frase la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto.
Il primo giorno di maggio si celebrava anche un'altra dea: Maia, personificazione della terra da cui il mese prende il nome. Le veniva sacrificata una scrofa gravida, il sus maialis dal quale deriva, tra l'altro, la moderna etimologia di maiale, come presagio per la vita prospera dei campi. Maia, chiamata anche Bona Dea, Ops o Fauna, è probabilmente da identificare con la moglie del dio Vulcano dato che i sacrifici erano diretti proprio dal Flamen Vulcanalis ossia il sacerdote di questa divinità.
Flora, Bona Dea, Maia che hanno origine nella notte dei tempi e le cui caratteristiche talvolta simili, talvolta complementari, finiscono per sovrapporsi, sono le varie facce di una sola divinità: la Grande Madre Feconda che sovrintende ai cicli della natura.
Culti pagani certo, ma che, come tutti i riti e le tradizioni antiche non sono andati perduti: rimangono, seppur mutati, in molte celebrazioni cristiane. Oltre al culto di San Domenico, di cui abbiamo detto sopra e che si ricollega all'iconografia di Angizia – Bona Dea, Cattabiani vede nell'austera Fauna un'anticipazione pagana dalla Madonna dal momento che, non a caso, il mese di maggio, assieme a quello di ottobre è per la Chiesa Cattolica un mese mariano. Senza contare che in questo periodo, quando a Roma si officiava la lustratio, ossia la purificazione dei campi, i cristiani celebrano le Tempora di primavera, un periodo di digiuno e purificazione, di cui avevo già parlato in un altro Foglietto.
Ho sempre un, o anche di più, libro che mi accompagna e che scandisce le ore delle mie giornate, anche nottate, va.
Posto due brevi recensioni rigurado a due libri che ho finito da poco che, diciamo, mi sono piaciuti ma non così tanto da vincere la mia pigrizia e farne una scheda da inserire nella biblioteca di casa
Iniziamo da La bastarda di Istanbul, della scrittrice turca Elif Shafak.
Ne avevo sentito parlare (bene)da diverso tempo; le recensioni lo indicavano addirittura come un romanzo rivelazione. Devo dire che mi ha un po' deluso. Lo ho trovato parecchio prolisso: la vicenda tende a sfilacciarsi in pagine che si potevano anche omettere. Le storie si moltiplicano, ma con parti inutili, che nulla danno in più alla vicenda. Io, che lo ho letto a "strappi" tra un libro e l'altro dall'inizio di quest'anno, ogni volta che lo riprendevo, non avevo difficoltà alcuna a raccapezzarmi nella trama. Non so se questo gironzolare nei meandri della narrazione faccia parte della sensibilità mediorientale, fatto sta che la storia perde molta della sua tensione. Alcuni personaggi inoltre risultano poco credibili, quasi caricaturali. Forse è un effetto voluto per far risaltare l'originalità dell'intreccio. Resta comunque che le parti ambientate nei due ambienti paralleli del Caffè Kundera e Caffè Costantinopolis sono state quelle più noiose e per molti versi fastidiose del romanzo.
E'risultato piacevole, invece, avventurarsi assieme alle protagoniste nelle strade di Istanbul, scoprire angoli della città lontani dai consueti itinerari turistici, curiosare nelle stanze di una famiglia turca e vedere momenti di vita quotidiana. Alla fine del libro poi, ci si sente quasi a casa propria presso la famigla Kazanci e, una volta chiusa la copertina, si avverte la mancanza di Asya e Amy e dei loro pellegrinaggi in città.
Elif Shafak
La Bastarda di Istanbul
Rizzoli, 2007 9 euro.
L'altro è Troppo fiera, troppo fragile. Il romanzo della Callas di Alfonso Signorini.
Confesso che ero un po' prevenuta dalla fama dell'autore ed invece si è rivelato un' interessante sorpresa. La buona documentazione mi ha fatto scoprire tanti episodi e aneddoti sulla Callas che non conoscevo. La vita della Divina è raccontata con cura e partecipazione indugiando su vicende della sua vita privata e intima. E proprio qui, secondo me, sta il limite. L'autore ha indugiato troppo su eventi della vita personale e "gossippara" e poco su quella artistica che mi sarebbe piaciuto approfondire di più.
Il tono di tutto il libro, poi, è un po' troppo enfatico, per non parlare delle parti dialogate: battute che risultano essere artefatte e lunghe, troppo lunghe. Comunque resta una buona partenza per chi, non addetto ai lavori, voglia approfondire e conoscere meglio Maria Callas.
Alfonso Signorini
Troppo Fiera troppo fragile, il romanzo della Callas
Mondadori,2007 16 euro