sabato, 21 giugno 2008, ore 08:45
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DomaniavvenneNel mio personale almanacco, rilevanza particolare ha la ricorrenza di S. Giovanni Battista, che si celebra il 24 giugno. La festa cade poco dopo il solstizio d'estate, quando il sole inverte il suo cammino e incomincia impercettibilmente a declinare sull'orizzonte. Siamo in un periodo magico, tanto che nella tradizione, molti sono i riti e le credenze riservate a questo giorno, che lo stesso Shakespeare identifica nel Midsummer day.
Stranamente di San Giovanni il calendario ricorda il giorno della nascita e non quello della morte, come avviene per gli altri santi; ma il Battista, anticipatore di Cristo, nel Vangelo dice di Gesù "Egli deve crescere e io diminuire". E proprio al sole calante viene collegato S. Giovanni, detto anche S. Giovanni che piange, il cui capo mozzo, secondo tradizione é possibile vedere nel disco solare in questi giorni. Se si pone attenzione al Calendario, si noterà che, a fine dicembre, a ridosso del solstizio invernale
é ricordato un altro Giovanni: l'Evangelista, detto S. Giovanni che ride.
Anche la ricorrenza di S. Giovanni, come molte feste cristiane, é ricalcata sulla tradizione pagana che identificava nei solstizi i periodi critici dell'anno, momenti di passaggio, dove si mescolavano l'invisibile e il manifesto. Secondo la religione greca, come ricorda anche l'Odissea, il solstizio estivo era ritenuto la Porta degli uomini, il passaggio delle anime che scendevano a reincarnarsi sulla terra, mentre quello invernale la Porta degli dei attraverso la quale lo spirito libero dalla materia ritornava al cielo. E lo stesso nome Giovanni rimanda per assonanza a Ianus, Giano, il misterioso dio bifronte protettore delle porte che, nell'antica Roma, il collegio dei fabbri usava festeggiare proprio ai solstizi.
Molti sono i riti che ancora oggi sono collegati alla festa di S. Giovanni: riti divinatori, di passaggio, volti a proteggere la natura e i raccolti, che hanno per protagonisti l'acqua e il fuoco. É usanza infatti, in varie parti del mondo, persino nelle regioni settentrionali dell'Africa accendere falò che purificano le messi, scacciano i demoni e sono di buon auspicio. Come auspicio di fecondità, é in queste notti, il bagnarsi in laghi, fiumi o nella rugiada alla luce della luna. La luna, simbolo di fecondazione e rigenerazione, si trova ora nel suo domicilio naturale, il segno del Cancro, segno delle acque che rimandano all'inconscio, e al rinnovamento.
Fuoco e acqua dunque, sole e luna che simbolicamente si incontrano e celebrano le loro nozze feconde.
Ma i solstizi, come tutti i periodi di passaggio, che nel Calendario cadono anche a fine ottobre e a febbraio, sono momenti critici, di confusione tra mondo terreno e ultraterreno e, non a caso, proprio nella notte di S. Giovanni si radunano le streghe a celebrare il loro Sabba, presso il noce di Benevento. C'é chi vede in questi personaggi, nelle streghe, il ricordo delle divinità pagane, del culto della stessa Luna - Diana, che la tradizione cristiana, non potendo estirpare del tutto, ha demonizzato.
Tante sono le erbe dette di S. Giovanni: piante ritenute magiche che, oltre ad assicurare protezione contro gli spiriti maligni, hanno funzioni divinatorie. Un tempo ai vespri la sera della festa, veniva allestito, davanti alla basilica di S. Giovanni in Laterano a Roma, un mercato dove era possibile trovare tutte queste erbe. Ad esempio, proprio nel periodo solstiziale, era consigliabile comprare l'aglio che avrebbe tenuto lontano le streghe. Oltre all'aglio, secondo una leggenda tedesca, per spaventare i demoni bisognava nascondere sotto la camicia l'iperico, chiamato Johanniskraut, forse perché, strofinando i suoi petali tra le dita queste si macchiano di rosso ricordando il sangue del Battista. Oltre alla protezione, dalle erbe di San Giovanni si traggono profezie, il più delle volte legate al matrimonio o alla fecondità. Se una ragazza in età da marito pone, durante questa notte, un rametto di rosmarino dietro l'orecchio, vedrà in sogno il volto del futuro sposo. Oppure era uso, in molte regioni d'Italia, mettere a macerare in un catino d'acqua esposto all'aperto diverse erbe tra cui il rosmarino, l'iperico e la ruta. L'acqua di San Giovanni avrebbe assicurato fertilità, salute e lunga vita.


Bibliografia

Alfredo Cattabiani: Calendario, Mondadori, 2003

Alfredo Cattabiani: Florario - Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori 1996

Alfredo Cattabiani: Planetario - Simboli, miti e misteri di astri pianeti e costellazioni, Mondadori 1998
l
Alfredo Cattabiani: Santi d'Italia, Rizzoli, 1993


venerdì, 13 giugno 2008, ore 18:57
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Costume14-01
V.Corcos, lettura sul mare
Dopo un momento di silenzio, impegnato ad osservare la figura incerta nella luce del crepuscolo, alzato il lume all'altezza del suo viso, sentii che era lui. Vanni. Lo riconobbi dal bagliore azzurrino che pareva sprigionarsi dalle sue pupille. Infatti, solo dagli occhi glauchi avevo riconosciuto mio cugino in quello straniero canuto, con la pelle cotta dal sole. Le mani, come artigli tenevano una saccoccia lacera in bilico sulla spalla.
"Sono tornato a casa!" sibilò sottovoce.
Non lo vedevo dall'estate di dieci anni prima. Aveva lasciato il mio castello in silenzio, nel cuore della notte, dimenticando qui i suoi libri. Voci mi dissero che si era imbarcato su un mercantile in rotta verso i mari del sud. Non è passato un giorno da allora, senza che il suo ricordo tornasse alla mente mia e di Luciana, la mia sposa.
"Entra!" gli sussurrai
Luciana ricamava, seduta sull'ottomana, la luce fioca della lampada a petrolio ne illuminava il profilo che gli anni avevano reso aguzzo.
Si voltò e rimase in silenzio, il piccolo telaio abbandonato sulle ginocchia.
Vanni appoggiò la saccoccia a terra e andò silenzioso verso la sedia, che da sempre segnava il suo posto alla tavola mia e di Luciana. Si fermò un attimo a guardare le stampe giapponesi che ornavano le pareti.
Berta entrò, poggiò un vassoio sul tavolo e parve non fare caso allo straniero seduto nell'ombra.
La vecchia fantesca mi aveva praticamente cresciuto. Era rimasta con me anche dopo la morte dei miei genitori che mi avevano lasciato, poco più che ventenne, padrone di questo castello e di tutte le sue terre. Una rendita mi consentiva di vivere agiatamente, mentre un amministratore si occupava dell'economia della proprietà.
Potevo passare tutto il mio immerso nei libri, appassionandomi alla Farsaglia di Lucano. Oppure nelle serra e in giardino, a creare giochi d'acqua che allietavano, con voce allegra, l'aria del parco. Difficilmente mi allontanavo dalle mie terre: laggiù, in fondo, oltre i confini, c'era il bosco, dove il torrente, tra larici e abeti, si gettava nell'orrido con un boato che rimandava l'eco fino a noi.
Troppi anni sono passati da allora. Io e mia moglie continuammo a vivere qui, nutrendoci del ricordo di quei giorni. Vanni veniva da me durante la bella stagione, per riposarsi dalle fatiche dei suoi studi di medicina. Fu lui a farmi conoscere Luciana che era parente di un suo compagno di studi.
Espulsa dal convento di monache, dove era stata spedita quando l'eccentrico padre, vedovo, aveva deciso di risposarsi con una ballerina, viveva con un fratello più grande di lei e poteva godere di una libertà che, per tutte le altre ragazze della sua età, era solo un miraggio.
Diventammo presto inseparabili noi tre.
Mi alzavo all'alba, svegliato dall'odore del pane appena sfornato dalla cara Berta. Luciana e Vanni, forse perché cittadini e non abituati ai nostri ritmi, indugiavano nel sonno mentre io, che proprio in quegli anni iniziavo ad appassionarmi di botanica passavo la mattina in giardino. Volevo inventare un nuovo incrocio di rose. Vanni e Luciana mi raggiungevano dopo, preceduti dalle voci delle loro discussioni.
"E insisti, pure!"
Gridava Luciana, con i capelli ancora arruffati dal sonno.
"Ma no, mia Signora!" le faceva eco Vanni
"E non continuare a darmi ragione!" rispondeva lei "se non sei convinto!"
"Certo che no, Madonna Tempesta" rideva Vanni e, scappando le rubava la sigaretta di bocca. Luciana, che lo inseguiva,con la veste di mussola bianca alzata sopra le ginocchia, pareva davvero una nuvola tempestosa.
Una mattina, correndo, arrivammo sino alle rive del lago, che segnava verso est i confini delle mie terre. Vanni si fermò, ansimando, con le mani sulle ginocchia.
"E va bene, hai vinto tu!"
Io li raggiunsi camminando. Restammo per un attimo fermi. Il lago era, azzurro e profondo, dello stesso colore che avevano i cieli rinascimentali affrescati nella cappella di famiglia. Da lontano giungeva il rumore dell'orrido e delle sue cascate.
Luciana mi rubò il cappello e ridendo, con la sigaretta all'angolo della bocca, lo gettò lontano.
Come un cencio, ondeggiò lentamente, cullato dalla brezza mattutina, andò a posarsi sull'acqua e venne portato al largo dalla corrente.
"E adesso?"
Chiese Luciana, che,salita su un masso, ci sovrastava, tenendo un braccio appoggiato sul fianco.
Scalciai via i vestiti e, nudo, mi tuffai nelle acque gelate. Per un attimo ebbi la sensazione che mi mancasse il respiro. Nuotai a lunghe bracciate fino a recuperare il cappello, che dondolava sulle piccole onde increspate.
Lo lanciai ancora più lontano, poi, supino mi lasciai lentamente affondare. Da sott'acqua non sentivo i richiami dei compagni. Non so per quanto tempo trattenni il respiro, ipnotizzato dal sole che, come attraverso una lente moltiplicava il suo bagliore. Il cielo e l'acqua parevano un tutt'uno, solidi, di cristallo, che andò il mille pezzi quando Luciana e Vanni mi raggiunsero. Nuotammo insieme, sfiorandoci, e ridendo fino a che l'acqua troppo fredda non ci costrinse ad uscire. Quando ci stendemmo sull'erba per asciugarci, il sole era perpendicolare sopra le nostre teste.
"Tre" sussurrò Luciana, stesa in mezzo a noi con una mano intrecciata alla mia e l'altra a quella di Vanni.
"Tre" ripetemmo piano, come una formula magica, io e mio cugino.
L'estate successiva, Vanni annunciò il suo arrivo con due settimane di ritardo. Il postiglione mi aveva recapitato una lettera strana. Mio cugino, in una calligrafia artificiosa, che non pareva nemmeno sua, mi faceva accenno ad un cambiamento, ad un'imposizione dei suoi genitori che avrebbe riguardato, in qualche modo, anche me e Luciana.
Quando scese dalla carrozza non era solo: al suo fianco c'era una ragazza vestita di nero con il volto coperto da una veletta
"Elena" disse, "La mia fidanzata Ci sposeremo nel prossimo ottobre".
Fu come se fosse caduto un vaso e, in silenzio, i cocci si fossero sparsi a terra in mille pezzi.
Ricordo ancora: era il giorno di san Giovanni. La sera, in paese, i villani avevano organizzato balli e feste.
I monti qui attorno erano ingioiellati dai fuochi, accesi per festeggiare l'apoteosi dell'estate. Giungevano fino a noi, se tendevamo l'orecchio, i canti stonati delle popolane. Stornelli che narravano di amore e di danza e di carne.
Avevamo lavorato tutto il pomeriggio per accendere un grande fuoco in giardino. Anche noi finimmo con una lenta quadriglia. Il vino fatto arrivare appositamente, teneva compagnia alle nostre menti e ci indicava i passi del ballo.
Circondammo Elena.
Il il fuoco fece il resto.
Non esisteva più.
Saremmo stati di nuovo tre.
Per sempre.
Da quel giorno le nostre voci ebbero un timbro più scuro. Se, fino ad ora, ciascuno di noi aveva intonato le sue parole, adesso era il silenzio a dettare lo spartito. Come se l'assenza di Elena fosse il nuovo anello della catena.
Vanni lasciò il castello in una notte di fine estate. La mattina dopo, osservando la sua stanza vuota, con il letto sfatto e i libri e le carte sparpagliati sul tavolo, sentimmo che non sarebbe tornato mai più.
Io e Luciana ci sposammo, non potendo fare altro. Nessun figlio ci allietò con le sue risate.
Passavo la mia vita in giardino, mia moglie, seduta al mio fianco, mi tendeva gli attrezzi senza mai dire una parola. Nella serra e riuscii a creare una nuova varietà di rosa. A primavera, la piantai in filari allineati lungo il viale lastricato che porta all'uscio di casa. Se mi affaccio alla finestra del tinello, posso vedere gli intrecci dei rovi arrivare quasi alla soglia. Le radici hanno scalzato le mattonelle del camminamento, coperte dalle foglie marce.
Di Vanni non avemmo più notizie fino allo scorso anno, quando, arrivò una cassetta con pochi appunti, fogli ingialliti, un testo di anatomia con una rosa appassita all'interno. Una lettera vergata in un idioma, che mischiava la nostra lingua a parole esotiche, ci recapitava gli ultimi averi del medico di bordo Giovanni Scandaroni, morto in un'isola del Pacifico in seguito ad un attacco di febbri malariche.
"Voi lo sapete perché sono tornato"
Disse Vanni.
Berta sparecchiava la tavola sempre incurante della sua presenza.
"Ho finito, signori" disse poi asciugandosi le mani nel grembiule "Mi ritiro."
Pareva avesse fretta di andarsene, di togliere il disturbo come se la sua presenza fosse ormai di troppo.
Io e Luciana ci guardammo.
Andai verso la cucina, aprii il cassetto della credenza dove tenevo le posate.
Vanni mi dava le spalle.
Nessuna goccia di sangue andò ad imbrattare il pavimento della sala da pranzo.
Il sacco di juta, dove mettemmo il corpo, mi parve stranamente leggero quando, aiutato da Luciana, lo alzai e lo lasciai cadere nell'orrido. Ondeggiò lentamente, tra le ombre del crepuscolo e scivolò nel buio del dirupo.
La vita parve riprendere piano piano, sempre uguale come il moto di un pendolo. Le rose ebbero una strana fioritura tardiva ad ottobre, poi giunse l'inverno, particolarmente freddo.
Luciana si ammalò all'improvviso. Era debole ed esangue, come se le avessero amputato un arto. Grazie alla mia buona rendita, consultai parecchi medici che altro non seppero fare che uscire dalla nostra camera scuotendo il capo.
Deperiva e si consumava piano piano.
Passò dal sonno alla morte in un'alba violacea
La seppellii la sera stessa. Nessuno dei suoi parenti era presente. Eravamo solo io e Berta ad ascoltare le parole che un prete, freddoloso e ansioso di tornare accanto al fuoco, disse in suo ricordo.
Ora passo qui le ore che mi restano. Il mio giardino è sempre più disordinato. Sento solo il rumore dell'orrido, con il disgelo della primavera diventa sempre più forte. Lascio queste poche righe, perché avvero prossima la fine. Lascio queste parole in ricordo di noi, che tra poco saremo di nuovo tre.
 
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sabato, 07 giugno 2008, ore 14:33
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colomba
Lo avevo acquistato da un po' quest'ultimo di Dacia Maraini, ma forse, scoraggiata dalla mole lo tenevo sempre li’ sulla libreria. Invece, complice un periodo di ferie, si é rivelato una bella compagnia.
Dare una definizione di questo romanzo risulta un po' difficile: é si la storia di una nonna, Zaira, detta Zà che, andando alla ricerca delle nipote Colomba, scomparsa misteriosamente tra i boschi dell'Ermellina in Abruzzo, ripercorre le tappe della storia della sua famiglia. Ma non é solo questo. Dalla storia, si passa alla Storia, che è quella dell'Italia, del terremoto morsicano, delle guerre mondiali, della resistenza, degli anni della contestazione via via fino ai giorni nostri. E il fluire delle vicende dei grandi si interseca con quelle dei piccoli, dei personaggi che Zaira, la protagonista, narra alla scrittrice, la signora dai capelli corti.
Le vicende degli abitanti del paese di Touta in Abruzzo, si intrecciano con quelle della famiglia di Zà, del capostipite Pitr' i pilus, e del figlio, il rivoluzionario Pietrucc', di Cignalitt ambiguo padre putativo e dell'inquieta Angelica, figlia di Zà. E, accanto a questi tanti altri personaggi anche immaginari del folklore abruzzese: da Santa Colomba, la principessa che visse in penitenza e da eremita sulle montagne, al monaco amico del papa che impiegò due anni per arrivare a Roma a piedi.
Poi c’è una bambina, la scrittrice forse? che intercala con il suo "racconta ma' " e spinge la giovane madre a raccontare brani della vita dell'autrice stessa, vicende che vanno ad intersecarsi con quelle dei personaggi veri e propri del romanzo
Ecco perché mi sembra riduttivo, pensare "Colomba" soltanto come una saga familiare. É piuttosto un romanzo sull'arte del raccontare, sul gusto dell'ascolto di una voce narrante, sul sogno e sul mondo della fantasia (non a caso il romanzo si apre con alcuni versi di Calderon de La barca sul sogno e la protagonista Zaira, traduttrice di professione, é alle prese proprio con questo autore spagnolo). Mondi della quale l'autrice non manca di avvertire le insidie, come segnala l'episodio del giovane, che non vive, chiuso in una caverna assieme ai suoi racconti.
Nonostante il finale, che, secondo me si risolve in modo un po' troppo affrettato, questo di Dacia Maraini é proprio un bel romanzo. L'autrice riesce a mantenere salde le redini della struttura: la vicenda fa pensare ad una pianta, una vite, dove i personaggi - tralci anche quelli sterili risultano tutti ben caratterizzati e alla fine, voltata (con dispiacere) l'ultima pagina viene da chiedere "racconta ma' ".

Dacia Maraini
Colomba
Rizzoli 2004
pp.373, 17 euro
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sabato, 31 maggio 2008, ore 15:54
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salvator rosa
Salvator Rosa "Streghe e Incantesimi"
E' in corso a Napoli, alla galleria Capodimonte la mostra su Salvator Rosa, poliedrico artista del Seicento, noto ed apprezzato principalmente nel mondo anglosassone. Nell'esposizione napoletana, per la prima volta in Italia, vengono riunite circa 80 opere, comprese alcune incisioni, divise per tematiche quali il ritratto, le storie sacre, i paesaggi ma soprattutto il "capriccio stregonesco", che tanta fama gli ha regalato.
Nato a Napoli nel 1615, Salvator Rosa fu iniziato alla pittura nella bottega di Ribera e di Falcone. I suoi soggetti favoriti furono inizialmente scene di battaglia e paesaggi. Si spostò presto a Roma dove venne a contatto con l'ambiente di Pussein e con i Bamboccianti, ossia i pittori seguaci dell'artista olandese Peter Van Laer detto il Bamboccio per il suo aspetto deforme, che raffiguravano per lo più scene popolaresche. Nella capitale, polemizzando con l'ambiente artistico del tempo, allora sotto l'influenza del Bernini, il Rosa si mise in luce anche come attore e drammaturgo, oltre che autore di satire e musicista. Proprio da qui nasce il suo mito di artista "contro", acuto fustigatore dei costumi, un Masaniello che si scaglia contro il lusso e la corruzione delle corti. E proprio nelle vesti di un accigliato uomo d'armi, si raffigura nell' "Autoritratto come Spadaccino" Nel contempo subì l'influenza del classicismo dei pittori Test e Lorrain, che conferì alla sua pittura una costante tensione verso i grandi temi dell'antichità, che tuttavia, non arrivò mai a tradursi in una produzione "alta".
Partito per Firenze nel 1639, trovò la sua fortuna alla corte dei Medici. E' questo il periodo più noto della produzione di Salvator Rosa: andò via via staccandosi dal classicismo e la sua pittura assumerà toni cupi e visionari. Strano ambiente quello della corte fiorentina: da capoluogo del rinascimento e della cultura razionale, sempre sentì il fascino per i misteri e per l'occulto. E fu infatti il genere "stregonesco" che, allora come oggi, fece la fortuna del nostro artista. Genere che il pittore, tra l'altro, non amò mai, tanto che il suo biografo, Giovanni battista Passeri, racconta che Salvator si travagliava quando sentiva dire che raggiungeva la massima gloria soprattutto nel capriccio, ma nelle figure grandi perdeva tutte quelle sue buone qualità. Anche i soggetti più classici vanno via via arricchendosi di elementi tenebrosi quali teschi scheletri e mostri, resi con una sapiente vena narrativa. C'è quasi un compiacimento nel raccontare l'orrore, come si può vedere ne le "Tentazioni di Sant'Antonio" dove i demoni incombenti sul santo sembrano precursori dei moderni alieni.
Anche qui, nella mostra di Napoli, è grande l'attenzione posta sul tema del capriccio stregonesco che, malgrado le intenzioni dello stesso Salvator Rosa, divenne nei secoli un "marchio di fabbrica" della sua arte. Nei dipinti "tenebrosi", si muovono entro le efficaci coreografie dei Sabba, streghe, maghi, demoni e altri personaggi ambigui. Grande è l'enfasi, ma che tuttavia non raggiunge le vette inventive e pedagogiche del nordico Bosch. Anzi, nelle opere del Rosa, si intuisce quasi un compiacimento, un gusto nel raffigurare con minuzia tutto quello che si può trovare in un libro di negromanzia. Si prenda "Streghe e incantesimi": l'orrore, molto teatrale, lungi dall'incutere timore quasi provoca l'effetto opposto, ossia induce alla risata. Grottesca è anche "la Strega" una donna anziana ma con un corpo maschile e muscoloso con tanto di barba e baffi. Coerente con la sua vena polemica, Rosa lascia Firenze nel 1653 per tornare a Roma. il
Il suo spirito inquieto si rivolge ora soprattutto a tematiche religiose e classiche, ma sempre rese con atmosfere cupe e gusto dell'orrido, intento moralizzatore che tradisce la vicinanza alle teorie del quietismo e dello stoicismo.
Una sezione della mostra è dedicata alle marine e ai paesaggi, "contaminati" da una nota mediterranea così da venir apprezzati dagli artisti dell'Ottocento romantico che, in Salvator Rosa, vedevano un loro precursore.
 
Salvator Rosa, tra mito e magia
Napoli, Capodimonte fino al 29 giugno
Catalogo Electa.
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domenica, 25 maggio 2008, ore 10:47
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DomaniavvenneCapita, sfogliando vecchi lunari di trovare l'indicazione Quattro Tempora, talvolta abbreviata in Q.T. Si tratta di un periodo di tre giorni, il mercoledì, venerdì e sabato nell'arco di una stessa settimana, che era dedicato alla preghiera e al digiuno.

Le Tempora ricorrono in ogni stagione: abbiamo le Quattro Tempora di primavera, estate, autunno e inverno. Probabilmente di origine celtica, come molte ricorrenze cristiane, furono introdotte per la prima volta nel calendario liturgico nel IV – V secolo dopo Cristo. Cadevano nella settimana dopo le Ceneri, la Pentecoste, l'Esaltazione della Croce (14 settembre) e a metà dell'Avvento, dopo la festa di S. Lucia.

Non erano però solo giorni di digiuno e penitenza, ma anche un'occasione propiziatoria e di ringraziamento per il raccolto dei campi. Secondo Cattabiani, che nel suo Calendario dedica qualche pagina alle Quattro Tempora, queste giornate erano nate per cristianizzare le cerimonie dedicate alla Grande Madre, che, con la sua ciclica rinascita, sovrintendeva alle messi e al lavoro agreste.

A maggio, nell'antica Roma, si celebrava la "Lustrazione dei campi" per propiziare il raccolto, mentre a settembre si teneva un banchetto in onore degli dei, rappresentati da simulacri, per offrire loro i prodotti della terra. Anche negli altri periodi in cui i ricorrevano le Tempora, ossia all'inizio e alla fine dell'inverno, nell'antichità ricorrevano cerimonie di purificazione.

In epoca cristiana, le Quattro Tempora duravano una settimana, con tre giorni dedicati al digiuno. Conosciute in occidente come Jejunum vernum, aestivum, autumnale et hiemale, non ebbero grande diffusione nella Chiesa ortodossa.

Venivano osservate, invece, nel mondo anglosassone: addirittura, in Britannia, comparvero abbastanza presto, grazie – si dice- alla predicazione di Agostino di Canterbury.

Rimasero comunque in auge fino ai giorni nostri: Papa Paolo VI, nel 1966, con decreto Paenitemini, le escluse dai giorni di digiuno e di astinenza. Mentre nella chiesa anglicana divennero opzionali nel 1976.


venerdì, 09 maggio 2008, ore 18:03
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malefica_02

Io e mia sorella Anna, all' epoca eravamo appassionate di storie dell'orrore, avventure di fantasmi, insomma di qualunque vicenda dove ci fossero un vecchio maniero, una tomba scoperchiata, e qualche ammazzamento qua e la'.
Riuscivamo sempre a procurarci di straforo qualche libro o fumetto veramente trucido, ma ahime', era pressoche' impossibile poter vedere per intero un horror alla tele.
"Anna e Diana, non sono cose adatte alle ragazzine della vostra eta' " Ci rimproverava spesso la mamma, spegnendoci il televisore.
Non e' che ci attraessero il sangue o la cattiveria in se', e nemmeno pensavamo, a dispetto delle preoccupazioni dei nostri genitori, di emulare le gesta di qualche eroe noir.
Ci divertiva piuttosto parlarne, chiederci perche' i personaggi facevano questo o quello, lanciarci In inventare qualche finale degno di un film veramente pauroso.Finali che si moltiplicavano la mattina dopo, a scuola, quando ne discutevamo con i compagni.
Io e Anna restavamo sempre sul vago per la paura di venire scoperte e fare la figuaraccia delle brave bambine, che si erano fatte mandare a letto presto dalla mamma.
Assieme a Matteo, con cui dividevo il banco in quarta A, mi divertivo un mondo, poi, a sguinzagliare la fantasia in nuove paurosissime sceneggiature
La nostra fonte di ispirazione non erano pero' i film che, anche Matteo, dopo avermi fatto giurare di non dirlo ad anima viva, aveva ammesso di non poter guardare, ma risme di riviste specializzate in nera che rubava nella
bottega di barbiere di suo padre.
Queste letture arricchivano la mia vena affabulatrice con testimonianze che
mi facevano guadagnare il rispetto persino di Tiziana, una di quinta, compagna di mia sorella. Lei i film se li vedeva sul serio perche' li guardava suo fratello di sedici anni.
Tiziana che poteva restare alzata fino a mezzanotte ed era fidanzata con uno di seconda media, era l'unica fonte attendibile sulle trame cinematografiche che risultavano essere sempre meno sanguinolente e appetibili delle nostre
fantasie.

Stranamente, pero', cio' che aumentava le ansie crepuscolari mie e di Anna, non erano certo i film o i personaggi reali della cronaca nera ma, bensi', un cartone animato: Malefica, la strega di La bella addormentata nel bosco
Quando avevamo circa sei anni, con nostra madre eravamo state a vedere il capolavoro disneyano e da quel giorno, temevamo di veder spuntare gli occhi gialli della maga cattiva, da ogni angolo della casa.
Ancora oggi mi chiedo come mai ci spaventasse cosi' tanto.
Forse per a sua voce stridula che chiamava Anna e me non appena spegnevamo la luce, o per le corna che bucavano il buio annidato negli angoli della casa, oppure per il suo mantello nero che sentivamo sbattere nelle notti di
pioggia.
Non sapevamo nemmeno che cosa ci avrebbe fatto se, guarda caso, ci fossimo imbattuti in lei, anzi ora che ci penso probabilmente nulla.
A me pero', solo l'idea di vedermela uscire dall'armadio, che stava davanti al mio letto, mi faceva dormire anche d'estate con la testa sotto le lenzuola.
Come le storie piu' agghiaccianti avevano una sorta di effetto ipnotico da costringerci a rimestarci dentro in continuazione, cosi' Malefica faceva spesso parte delle nostre conversazioni e dei nostri giochi.
Uno di questi era la Stanza Segreta.
Si trattava, in realta', dello sgabuzzino delle scope ed il gioco consisteva nel chiudercisi dentro, al buio, dopo aver invocato la strega, e contare il piu' a lungo possibile.
Ma la vera prova del fuoco era, pero', nelle sere d'inverno, attraversare il lungo corridoio della casa per arrivare al bagno. Ricordo ancora quella volta che mia madre aveva lasciato due mollette appese allo stendino che, alla luce dello specchio disegnavano sul muro un ombra simile a due corna!
Fu una fuga pazzesca!
L'anno in cui io facevo la quinta e Anna la prima media, eravamo orgogliose di poter andare finalmente a scuola da sole, malgrado le raccomandazioni di
nostra madre di non prestare attenzione agli sconosciuti. Anzi, di darcela a
gambe, non appena qualcuno di sospetto ci avesse rivolto la paorola. Ma soprattutto di non attraversare il giardino botanico nei pressi della nostra scuola, secondo loro, meta di personaggi poco raccomandabili.
Forse era proprio per questo che, assieme a Matteo, che abitava due palazzi dopo il nostro, ci passavamo a bella posta.
Confesso che, tutto sommato, non ci sarebbe dispiaciuto incontrare Joe Chucki, quello psicopatico di Los Angeles che rapiva le bambine nei parchi e le sotterrava dopo averle squartate. Pensa che emozione vederselo sbucare da dietro un sicomoro con un coltello sanguinante in mano! E che bella figura nel raccontarlo ai compagni!
La strada del ritorno, invece, non la percorrevamo mai assieme, perche' io e
Matteo uscivamo a Mezzogiorno mentre Anna alle tredici
Un giorno di dicembre, Anna arrivo' a casa trafelatissima, manco avesse
corso la maratona.
Quando mamma le domando' il perche', chiedendole se, per caso, non fosse
stata inseguita da qualcuno, lei per tutta risposta infilo' il naso nella cartella fingendo di cercare chissa' che e farfuglio' che aveva fatto una gara con Tiziana.
La sera, invece, mi confido' che mamma aveva ragione, e che si, le era accaduto qualcosa di strano.
"Malefica!", pensai io, ma Anna mi canzono' dicendo che la strega non importunava quelli delle medie.
Si era invece fermata al giardino botanico, davanti allo stagno delle anatre, quando le si era avvicinato un signore, ben vestito con in mano una valigetta blu. Le aveva chiesto come mai le anatre le piacessero tanto e, senza che lei se ne accorgesse, le aveva infilato la mano nella tasca del cappotto.
Anna era rimasta imbambolata per qualche secondo e poi se la era data a gambe.
L'idea di Joe Chucki al giardino botanico mi riempi' di eccitazione anche
perche' non mi sembrava poi cosi' terribile quanto un'eventuale apparizione di Malefica.
Non ricordo di preciso, ma forse fu proprio in quel periodo che Anna prese a
chiamarla Zia Malefica,a disegnarla sul diario con un pollo arrosto infilzato tra le corna ed a indirizzarle canzonette scurrili.
Ora riusciva a stare nella stanza segreta e contare anche fino a 400,
alternando i numeri a filastrocche contro la perfida zia.
Non fece piu' parola del supposto Joe Chucki ma seppi che, ora, rincasava sempre insieme a Tiziana, anche se, per la verita', i miei genitori non vedevano questa amicizia di buon occhio.
Nel quartiere si sussurrava che suo fratello Carlo era tossicodipendente.
Cosa significasse lo avevamo intuito spiando i discorsi dei grandi e combinandoli con le raccomandazioni di mamma e papa'.
Insomma, circolavano ai giardinetti, per strada, dinnanzi alla scuola, ma soprattutto al giardino botanico, loschi figuri, che offrivano strane polverine.
Queste polverine che si iniettavano oppure si trovavano in caramelle, o sparse su figurine, davano degli effetti alquanto sorprendenti, ma poi potevano anche farti schiattare.
Ricordo che una sera ci buscammo una bella lavata di capo perche' immaginavamo zia Malefica, con la lingua a penzoloni, che schizzava sulla Luna in preda a quelle sostanze.
O meglio, Anna rideva a crepapelle io un po' meno, perche' temevo qualche agguato a tradimento quando sarei andata in bagno a fare la pipi'.
Che le polverine magiche non facessero venire il ballo di San Vito, lo scoprimmo nel marzo successivo.
Un giorno che ero a casa con l' influenza, Anna rientro' con una faccia strana.
Non pensai ad un incontro con Zia Malefica, perche' lei ormai se ne facava un baffo, ma piuttosto che avesse preso una nota.
Alle domande insistenti di mamma e papa' non rispose e io la vedevo piuttosto male, perche', nel caso in cui lo fossero venuti a sapere direttamente dai professori, la punizione sarebbe stata doppia.
Me lo confido' piu' tardi: Carlo, il fratello di Tiziana, era stato trovato stecchito nel bagno, con una siringa nel braccio.
Cercai di approfondire la faccenda, ma Anna era molto evasiva, si vedeva che le seccava parlarne. Cosi' andai in bagno a lavarmi i denti e per molti giorni l'immagine di un braccio con siringa faceva capolino dai miei pensieri quando meno me lo aspettavo.
L'Anno successivo ero alle medie pure io, ed ero sempre in banco con Matteo.
Anche Anna ora faceva la strada con noi visto che Tiziana era ritornata con i suoi al paese. Un giorno che Anna era in gita e Matteo a casa ammalato, senza sapere il perche' , mi venne voglia di passare per il giardino botanico. Trovai una siringa conficcata alla base di un albero. Non so per quanti minuti rimasi
li' a fissarla, ma ad un certo punto le tirai un calcio e scappai via, manco avessi visto spuntare un paio di corna.

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lunedì, 21 aprile 2008, ore 19:55
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libro1
C'è un legame tra infelicità, disturbo psichico e creatività? Possono la poesia e l'arte essere un utile strumento per decifrare una personalità? Lo psichiatra veronese Vittorino Andreoli esamina la vita di
Giovanni Pascoli, le dinamiche del suo nucleo familiare, i rapporti a tratti morbosi con le sorelle, chiedendosi come mai, ad un'esistenza di successo sul piano letterario ed accademico, si
sia accompagnato uno stato di sofferenza interiore e fisica.
Questo lavoro non è e non si vuole presentare come un saggio letterario, ma piuttosto come un' inchiesta clinica sull'uomo prima che sul poeta, partendo dagli intrecci di sentimenti ed emozioni all'interno della sua famiglia.
Il metodo utilizzato è quello dell'indagine psichiatrica e, visto che il "paziente" non è più in vita, l'esame autoptico si basa oltre che
sulle opere di Giovanni, anche su lettere, testimonianze, disegni e fotografie, nonché visite dell'autore ai luoghi della vita del poeta.
Ma soprattutto, si tiene conto del "non detto" di ciò che appare come in filigrana dalle omissioni. Si pensi, ad esempio, al ruolo della sorella minore Maria (Mariù) redattrice delle opere del fratello poeta e che nella biografia "Lungo la vita di Giovanni Pascoli", molto ha omesso e travisato.
Andreoli non segue un andamento rigorosamente cronologico, ma procede diacronicamente per singoli temi.
Si parte dalla ricostruzione del nido, a Massa assieme alle sorelle minori Ida e Maria, felicità interrotta bruscamente dal matrimonio di Ida, la maggiore. Una riparazione per un fatto
increscioso, probabilmente un rapporto incestuoso tra la stessa Ida e Giovanni, scoperto dalla piu’ giovane delle due sorelle.
È a questo punto, forse per ovviare al dolore della perdita che, secondo Andreoli, il poeta, dopo aver tentato un inutile transfert su Maria, si dà all'alcool: un lento suicidio che lo porterà sull’orlo della follia e ad ammalarsi di cirrosi.
Andreoli infatti non crede, e lo dimostra con una diagnosi tecnicamente accurata, alla versione ufficiale della morte per cancro; una pietosa bugia delle autorità mediche, che non potevano certo attribuire a cirrosi epatica da alcolismo, la fine di uno dei maggiori letterati del tempo. Pascoli, insomma, lungi dall’essere il poeta della pace agreste, si rivela qui una personalita’sofferente e instabile. Se queste condizioni possono ben sposarsi con la poesia, non si conciliano invece con altre forme espressive: le prose, si pensi al necrologio per la morte del maestro Carducci, eranospesso sconnesse; le sue lezioni, a detta dei contemporanei, non semprecoerenti, la stessa calligrafia,
come dimostrano le foto di alcune lettere inserite nel saggio, non è lineare e varia tantissimo da un documento all’altro.
Un' indagine interessante questa di Vittorino Andreoli, psichiatra famoso per aver curato le perizie nei maggiori processi che sono saliti agli onori della cronaca, oltre che autore di best
–– seller.
Agevole nella lettura grazie anche a schede riassuntive alla fine di ogni capitolo, corredato di immagini e disegni dello stesso Pascoli, ma che non manca, tuttavia, di sconfinare un po' nella morbosità e nella battuta da osteria.
Soprattutto,e questo a mio avviso è un limite, sembra voler a tutti i costi dimostrare una tesi preconcetta. Chi infatti, come insegna la psicologia, ci assicura che anche Andreoli non abbia occultato,consciamente o meno, qualcosa che non suffragasse la sua ipotesi?

Vittorino Andreoli,

I segreti di casa Pascoli – Il poeta e lo psichiatra.

Rizzoli - Bur, 2006, € 9,20

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domenica, 13 aprile 2008, ore 19:17
postato da alisamittler in foglietto che non fallaP.link

Domaniavvenne
Non so con esattezza come sia nata la mia passione per gli almanacchi. Ricordo che, fin da quando ero piccola, sfogliandone qualcuno, mi appassionavo ai proverbi, alle previsioni meteorologiche e al mutare delle fasi lunari, tanto da chiedere a mia nonna lumi sul lavoro nei campi.
Almanacco è una parola che deriva dall'arabo  Almanack, che indica le tavole per le misurazioni astronomiche. 
Il primo almanacco che ho conosciuto è quello di Frate Indovino.
Questo calendario, che è  presente in parecchie cucine italiane, uscì  nel 1945 e fu redatto dal padre Cappuccino Mario Baudelli che, dietro lo pseudonimo di Frate Indovino, lo curò fino alla morte. Fin dalle prime edizioni dell'Almanacco francescano, ai santi e alle festività religiose vennero ad affiancarsi consigli per i coltivatori, per le donne di casa e per i giovani. Una curiosità: la pubblicazione dell'Almanacco subì una battuta d'arresto nell'anno 1951, poiché il Ministro generale dell'ordine dell'Ordine dei Cappuccini, preoccupato per l'aggettivo Indovino attribuito ad un frate, ne decretò la sospensione della pubblicazione. L'almanacco uscì comunque ma già dall'annata successiva riprese, dopo alcune modifiche, le pubblicazioni. La nuova edizione, a colori, e con le tavole illustrate dei mesi, raggiunse le 12.000 copie e si diffuse in tutta Italia. Penso che molti di noi se ne ricordino qualche edizione particolare; a me è rimasta nel cuore quella del 1982 con le filastrocche del simpatico fraticello Cimabue. Ho appeso Frate Indovino nella mia stanzetta e l'edizione 2008, rimodernata nella grafica, racconta per ognuno dei dodici mesi i casi di serendipità, ossia di scoperte fortuite, avvenute mentre si cercava qualcos'altro.
Non è l'unico fra i miei almanacchi: tengo il Barbanera, dove spesso controllo di quanto si allungano le giornate, oltre che gli oroscopi e i consigli per le ricette e per la casa. E' il più antica lunario italiano, risalente al 1791. Pare che dietro questo pseudonimo si celasse un frate eremita veramente esistito a Foligno. L'almanacco di Barbanera si diffuse presto in tutta Italia, anche tra i ceti colti. Gabriele D'Annunzio che ne conservava parecchie edizioni al Vittoriale, in una lettera scrisse: "...La gente comune pensa che al mio capezzale io abbia l'Odissea o l'Iliade, o la Bibbia, o Flacco, o Dante, o l'Alcyone di Gabriele D'Annunzio. Il libro del mio capezzale è quello ove s'aduna il 'fiore dei Tempi e la saggezza delle Nazioni': il Barbanera..."  Oggi,oltre all'edizione "classica" ne esiste una più "moderna" e colorata, mentre l'eremita - astrologo si è come dire "attualizzato" dotandosi persino di un sito internet.
Un Lunario Trentino, appeso dietro la porta della cucina, riporta le tradizioni della mia terra d'origine, con i piatti tipici e le poesie per ogni mese.
Interessante è il Lunario Veneto  che sta proprio sopra la mia scrivania, redatto in dialetto veronese del poeta Dino Coltro. È diviso, come gli antichi lunari, in quarantie ossia periodi di circa 40 giorni computati sulle fasi lunari, che prendono, il nome dalle stagioni o dai santi. E' sulle quarantie che un tempo si basavano le previsioni meteorologiche e i lavori agricoli.  Per ogni giorno della settimana c'è un proverbio e una regola ossia una massima di saggezza contadina.
Non è un almanacco ma un libro il Calendario di Alfredo Cattabiani, scrittore e studioso di tradizioni popolari. In questo volume, edito da Mondadori, scandito dall'andamento del calendario cristiano, si racconta, dopo studi approfonditi, di feste, tradizioni e credenze legati ad ogni periodo dell'anno. Io lo tengo in cucina,(a proposito, è uno dei pochi libri che ho acquistato in edizione non economica, visto che pure la copertina è molto bella), e ogni tanto lo "pilucco" per trovarci sempre qualcosa di nuovo relativo ai giorni in corso.
Infine, come non dimenticare l'almanacco per eccellenza, ossia l'Almanacco del giorno dopo, trasmissione di Rai Uno curata da Giorgio Ponti, Diana de Feo e Flora Favilla, che è andata in onda, poco prima del telegiornale dal 1976 al 1994.
Penso che la sua sigla abbia scandito le cene di tutti noi. L' Almanacco era condotto inizialmente da Paola Pelissi, cui in seguito si aggiunsero le annunciatrici Pepi Franzelin e Ilaria Moscato. Dopo l'apertura, con l'orario del sorgere del sole e della luna, il santo del giorno e una piccola curiosità ( come in tutti i lunari che si rispettino) venivano una serie di rubriche: Domani Avvenne, uno spazio fisso dove si raccontava un avvenimento occorso nella data odierna, mentre le rubriche successive cambiavano a seconda del giorno della settimana. Tra le più note ricordo La Fiera delle Vanità, condotta da Diego della Palma, Conosciamo l'Italiano, di Cesare Marchi, Dalla parte degli animali, a cura di Danilo Mainardi, Vecchio e Antico di Claudio Gasperini. La trasmissione si concludeva con un proverbio o una massima e l'immagine del Tempo che indicava "è finita la Comedia"
Credo che il fascino dell'Almanacco fosse merito anche dalla sigla e dagli intermezzi musicali che si intercalavano alle varie rubriche .
Sia la sigla d'apertura che gli intermezzi proponevano stampe secentesche dell' incisore Giuseppe Maria Mitelli, ed erano accompagnate dalle note di Chanson Baladée composta nel '300 dal musicista Guillaume Machault e riproposta dall'Orchestra del Chianti. Penso che tutti la ricordiate: un prisma su cui ruotavano le immagini dei dodici mesi, ognuno con una sua caratterizzazione: un acquaiolo per il mese di gennaio, un uomo smilzo che, ricordo, mi faceva ridere e che avevo soprannominato "Pampurio", per il mese di marzo, un vignaiolo per settembre ecc. La sigla, benché suggestiva, mi metteva una certa inquietudine. Spulciando su internet, ho trovato, in un forum dedicato agli anni 70, i ricordi di molti utenti che raccontano di aver provato le mie stesse sensazioni davanti alla sigla dell'Almanacco. Uno psicologo spiega che le immagini quanto la musica, sembrano arrivare da un tempo atavico, lontano, catapultate ai giorni nostri attraverso il mezzo moderno per eccellenza: la televisione. Tutto ciò genera una specie di "sfasamento":l'almanacco è un "oggetto" del passato, ma questo è "del giorno dopo", si aggiunga poi che l'orario in cui andava in onda la trasmissione era un "tempo sospeso" , il momento magico del crepuscolo, la fine della giornata, quando passato e presente paiono confondersi.
"L'anno l'è vecio, e tra poco el more" diceva mia nonna all'apparire del mese di dicembre, con quell'angiolone che brandiva la clessidra dietro le spalle di un anziano stanco. Comunque, ho visto, sempre girovagando sulla rete,
che molti ne sono appassionati: in quella soffitta virtuale che è You Tube, ho reperito delle intere puntate dell'Almanacco.
Tracce di questa trasmissione restano ancora in alcuni programmi televisivi e radiofonici: nel corso di Geo e Geo condotto da Sveva Sagramola è presente un "Almanacco degli Animali" mentre, all'interno di Tornando a casa, la trasmissione radiofonica condotta da Enrica Bonaccordi su Radio Uno, c'è una versione adattata dell'Almanacco del Giorno dopo.
Allora mi ci sono messa anche io: sul blog ho inaugurato la categoria "Foglietto che non falla" ossia l'almanacco di casa
 

martedì, 04 marzo 2008, ore 19:19
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Riporto l'editoriale che lo scrittore veneto Giancarlo Marinelli ha pubblicato ieri sul quotidiano il Giornale. Si parla spesso a sproposito di Nord Est e questa riflessione, in forma di lettera ad un altro scrittore della mia terra, Giuseppe Berto, è originale e interessante.

Quel nord est che non ha più identità

Caro Giuseppe Berto, qui le cose vanno male. Sempre peggio. E non mi riferisco tanto al fatto che in libreria praticamente non esisti più, se non nella dozzinale, becera forma di libri tascabili dalle orride copertine (l’ultima edizione di Anonimo Veneziano sembra un souvenir per anziani tedeschi, tanto è disprezzabile, sconcertante, «anonima» - scusa il gioco di parole che non vuole suonare come un dileggio - quella punta di gondola dispersa nella laguna); le cose vanno male perché tu che dovevi essere e rappresentare la punta di diamante, il prezioso tesoro, l’insostituibile radice dove poggiare la cultura del nostro tanto caro Nord Italia, sei stato rimosso, cancellato, travolto dal gioco al massacro che dal Dopoguerra in poi, le cosiddette capitali della sotto cultura italiana hanno ordito con mirabile, diabolica efficacia; eclissare gli intellettuali del Settentrione (tranne nei casi in cui la loro opera fosse funzionale al teorema catto-comunista che vedeva nel Nord solo la terra dei Padroni, della borghesia viziosa e viziata; l’incarnazione impietosa del ciclo produttivo, del motore economico capace unicamente di creare ricchezza e povertà, imprenditori e sottomessi, arricchiti analfabeti e schiavi da liberare magari attraverso i libri di Moravia che stanno per grandezza alla tua opera come il mio membro sessuale sta a quello di Rocco Siffredi).
Non che i tuoi concittadini si dannino l’anima per ribellarsi, per rialzare la testa; tranne qualche eccezione (un premio a te dedicato nella tua cittadina natale, un folgorante saggio di Saveria Chemotti sui tuoi Scritti dispersi, il lavoro incessante dei tuoi amici Pullini e Cibotto che cercano di preservarti dall’oblio, e alcune recenti righe a te dedicate dalla penna di un dolcezza sferzante di Ferdinando Camon nel suo ultimo Tenebre su Tenebre), non ci sono in circolazione critici, editorialisti, commentatori di giornali «padani» memori della tua lezione sulla libertà come irrinunciabile presupposto della responsabilità; nessuno insomma che sia degno di portare la tua croce.
La crisi della tv
Ti faccio tre esempi, semplici semplici, visto che per tutta la vita, anche come critico cinematografico, hai predicato la linearità, la spartana frugalità dello stile e del flusso della coscienza dentro l’inchiostro. Il primo: ti ricordi quando, insieme alla tua bambina di otto anni, hai visto Don Lurio che in tv rendeva omaggio alla Quaresima con un balletto? «A mia figlia lo spettacolo non è dispiaciuto. Io, che mi trovo assai più vicino di lei alla morte, l’ho trovato disgustoso» - hai scritto.

Ebbene, io mi sono imbattuto in un altro balletto; quello di Benigni in onore di Dante. Anch’io tenevo tra le ginocchia la mia nipotina Silvia che, dall’altezza dei suoi otto mesi, sembrava ogni tanto gradire con un sorriso le piroette e le urla del comico toscano. Io invece ho trovato lo spettacolo semplicemente disgustoso. Disgustoso perché Benigni legge e spiega Dante come Obama spiega il programma sanitario ai neri di Harlem; disgustoso perché Benigni che illustra al pubblico la Divina Commedia ha lo stesso effetto omologante, appiattente, mortificante di Pippo Baudo che, al Festival di Sanremo, introduce un ragazzo ai misteri di Mahler; disgustoso perché di «quell’essere vicino alla morte», di quel senso sgomento ed eroico del percepire l’alito della morte sul collo che fanno di Dante (dopo Gesù Cristo) il secondo uomo che ha patito l’esilio dalla e della vita, nella performance di Benigni non c’è traccia.
Pensi che qualcuno dei tuoi «eredi» abbia avuto il coraggio di dire che tra Don Lurio e Benigni non c’è differenza? Pensi che ci sia qualcuno che abbia scritto che tra la Rai di allora e quella di oggi non passa differenza alcuna?
I rifiuti di Napoli
Il secondo esempio; l’immondizia a Napoli. A me capita sovente di girare per il Veneto, per le terre che confinano con Treviso che tanto ti erano care; mi capita per lavoro ed anche per un vero e proprio pellegrinaggio che vengo a consumare sulle tue tracce. Basta chiacchierare con i vecchi dei bar, oppure con i ragazzi nelle piazze, per accorgersi che, sia pur di nascosto e con un senso di euforica colpevolezza, molti di loro, dinnanzi alle immagini di Napoli ridotta da Messere Sassolino una fogna a cielo aperto, provano un sottile piacere. Perché nessuno dei tuoi pseudo eredi guarda alla calamità napoletana con gli occhi feroci del Nord? Perché non dire che il rifiuto di farsi carico di qualche tonnellata di rifiuti campani da parte delle Regioni del Nord poggia in verità su una sorta di incosciente, inconsapevole rivincita di una massa ingente di italiani che sono sempre arrivati secondi nei concorsi per notai e magistrati, che sono stati sempre vessati nei ruoli culturali, pubblici e politici che in più di qualche caso avrebbero meritato di ricoprire? Perché nessuno dei «farisei» (così tu amavi chiamare i finti critici «radicali») ha portato alla ribalta gli ammonimenti che tu e Giovanni Comisso, da grandi profeti, avevate lanciato in tempi non sospetti? E cioè che l’antifascismo, il marxismo, il clericalismo e il cattolicesimo applicato alla politica altro non erano che paraventi che miravano alla dissoluzione di una vera costituzione dell’identità italiana; specchietti per le allodole, terroristici spauracchi per tenere un Paese diviso, per fomentare le diversità, esaltarle sino a farle scoppiare in veri e propri focolai di conflittualità razziale? Perché il miracolo del Nord-Est negli ultimi anni non ha mai portato sullo scranno della Confindustria, di Mediobanca o dei sindacati qualche signore veneto? Forse che imprenditori come Tomat o Calearo, che hanno creato imperi dal nulla, sono di meno di uno come Montezemolo che ha il solo merito di rappresentare un gigantesco fallimento monopolista? Come mai negli ultimi governi i veneti hanno sempre avuto poco spazio e pochi ministeri senza portafoglio e senza dignità? E la grande destra, quella che sta dalla parte dei poveri, dei giovani, dei disabili, delle ragazze madri, degli umiliati e degli offesi, rappresentata in queste terre dallo straordinario fervore di Isi Coppola o di Pier Giorgio Cortelazzo, dovrà «rinnovarsi» con rampanti candidati emersi da qualche salotto di Cortina o da qualche aperitivo a casa Fini o La Russa? Dove sono i veneti che del mondo e nel mondo hanno portato la luce e la bellezza; l’agio e la ricchezza; le idee e il furore? Forse confinati nel partito di De Gregorio che dentro il suo canale satellitare non fa altro che mangiare e ingrassare e cambiarsi smoking?

Nordest orfano
Terzo esempio, che è solo una domanda; ti ricordi quando venivi cacciato dalle librerie e dai salotti di quella borghesia «nordica» e romana che, nonostante tutto, ti ostinavi a difendere? Ti ricordi quando, anche dopo il successo di quel capolavoro assoluto che è Il male oscuro, i «farisei» ti continuavano a definire «nostalgico, regressivo, melodrammatico, fascisteggiante», oppure, «regionalistico, chiuso, poco realistico»? Ebbene io ti dico e ti scrivo che tu, caro Berto, sei stato fortunato. Perché da qualche parte, in qualche modo, almeno di te si parlava.
Giancarlo Marinelli

da il Giornale del 3 febbraio 2008

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=245318&START=1&2col=

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domenica, 24 febbraio 2008, ore 15:13
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famili

La famiglia, vista da Botero

Una delle cose più strane che facevano i nonni era di darmi i soldi di nascosto l’uno dall’altra*. Sia a me che a mia sorella Anna, oltre alle mance “stabilite” quelle di Natale o del compleanno, solevano infilarci in tasca qualche spicciolo, poca cosa, cinque o dieci mila lire:
“No sta a dirghelo al nono”
diceva la nonna, dopo aver rimestato nelle tasche del grembiule. Così potevamo comprare il gelato o un giornalino all’edicola del paese.
To, to” diceva il nonno sottovoce, dopo essersi guardato intorno con aria circospetta
“Ma no dirghe niente alla nona”
Non ho mai capito il motivo di tanta segretezza, anche se poi, secondo me, di segreto c’era gran poco. A distanza di tempo, credo che il divertimento stesse soprattutto nel fare qualcosa di nascosto da zio Carlo e zia Daria.
Zia Daria è la sorella di mio padre e zio Carlo suo marito. Sono sempre stati “gli zii ricchi”, quelli che i ga i schei, ma forse sarebbe stato meglio soprannominarli “gli zii ingordi”, tanto passavano il tempo a fare i conti nelle tasche degli altri. Più di una volta ricordo di aver sentito zia Daria rimproverare i nonni di regalare mance più sostanziose a me e a mia sorella che ai loro figli.
Oggi sono tornati ad abitare al paese e vivono in quella che era stata la casa dei nonni e che adesso, senza più le imposte colorate e i gerani alle finestre, sembra una casa di fantasmi, pronta a crollare da un momento all’altro. Solo ogni tanto il vento dispettoso porta i loro strilli fin quasi alla piazza Centrale
“E’ colpa tua! Vecchia rimbambita!”
“Sei uno stupido, mi hai rovinato la vita”
“Vai! vai”
Dicevo, zia Daria e zio Carlo fino a qualche anno fa erano davvero ricchi. Abitavano in città e lo zio aveva raggiunto un qualche incarico di responsabilità in una multinazionale americana. Venivano al paese, dove i nonni avevano la casa, soltanto per le vacanze. Zia Daria camminava su e giù per la cucina, scuotendo il suo grosso culo e passava sempre l’indice sulla superficie del tavolo o della credenza e poi si rimirava il polpastrello con aria schifata. Lo zio invece, forse perché temeva che ci dimenticassimo del suo lavoro con gli americani, ogni due parole pronunciate era un continuo:
Passami il bred”
“Vuoi un po’ ciiis”
Arrivavano in macchina, con i due figli seduti sul sedile posteriore: Marco, un adolescente lungo lungo, silenzioso e con gli occhi acquosi, che pareva sempre pensare ad altro e Lorella, una ragazzina urlante, di qualche anno maggiore di mia sorella, che si muoveva con modi scomposti, e non faceva altro che ripeterci le tabelline, i nomi dei pianeti, o l’ultima poesia imparata a scuola.
Quando entravano, salendo dalle scale che, da sotto il portico, portavano alla cucina, sia io che Anna, sapevamo già la domanda che ci avrebbe rivolto la zia:
Cosa volete diventare da grandi?”
la risposta di Anna era sempre la solita
“la parrucchiera!”
la mia invece, cambiava ogni volta:
“la baby sitter!”
Dicevo, magari dopo che avevo passato il pomeriggio a giocare con il nipotino della Mariona, la vicina dei nonni.
Al che lo zio scoppiava a ridere
“Sono no coret! Quelle che vogliono fare la baby - sitter! No coret!”
E si girava a guardare con orgoglio i due figli che parevano persi a inseguire i loro sogni di gloria.
Di Marco si sapeva poco, dal momento che rispondeva a monosillabi e quasi per cortesia, con un
“Boh” e la madre che lo rimbeccava
“l’ingegnere, farà l’ingegnere!”
Guardandolo come se volesse incenerirlo, invece Lorella, già in prima media prometteva una brillante carriera accademica.

A mi come el ga fato i schei lu, nol me piase!”
Avevo sentito dire dal nonno a mia zia, un pomeriggio mentre ero in cucina con la nonna a sbucciare i piselli e avevamo lasciato la porta aperta.
Li ha fatti come li fanno tutti! E a me non mi piace sentire parlare in dialetto!
“Mi parlo come che son bon, ma ste tenti che prima o poi..”
Ma cosa dici, cazzo! Guarda che tanto, se succede qualcosa, ha sempre dietro gli americani, figurati se lo lasciano nelle peste gli americani!”
“Mi no digo niente, ma ste ‘tenti”
“Il mondo è dei furbi, dei furrrbi!”
Finiva sempre per gridare così la zia. Come quella volta che, alla merceria di “Gigi il bello”, era riuscita a con un rapido movimento da prestigiatore a invertire il cartellino con il prezzo dei collant.
“Ma nooo!”
Occhieggiava Gigi il bello, strizzato nella sua maglietta fuxia
“Ma pensi lei se questi, che li fanno a Parigi, glieli posso lasciare per cinquemila lire!”
“Il prezzo è questo e me li deve vendere per cinquemila lire!”
Sbraitava la zia, mentre mia mamma rovistava in una scatola di bottoni, rimpiangendo di non potercisi tuffare dentro.
“Ma Signora mia, noooooo!” Gigi il bello le teneva le mani, “Ma sarà stato un errore della commessa!”
La zia continuava ad impuntarsi, mentre mia mamma non alzava la punta del naso dalla scatola dei bottoni, che lei al paese ci viveva tutto l’anno, finché Gigi il bello, preso per sfinimento non cedette.
E sulla piazza, riecheggiò l’urlo di vittoria:
“Il mondo è dei furrrbbbi!”
Estate dopo estate, la domanda giungeva puntuale:
“Cosa volete fare da grandi?”
“Io la parrucchiera!”
diceva Anna sempre più entusiasta
“Io la contadina!”
Rispondevo, dopo che avevo dato una mano alla nonna nei campi.
Lo zio scuoteva la testa rivolgendosi a mio padre
“Con queste belle idee, chissà che fine che faranno!”
Na paruchiera par casa la serve”
Diceva la nonna, china a pulire la stufa
Ca la Catina, deso che la ga el negosio novo e la se fa ciamar Katya, l’è masa cara!”
Lo zio continuava a ridere e :
“Loro!”, diceva indicando i figli, “Loro si che faranno strada anche se, di lavorare non ne hanno bisogno!”
e poi :
“Lorella, parla già l’inglese bene, ma così bene che gli inglesi manco la capiscono!”
Io non capivo cosa ci fosse di strano nel fare la contadina, dato che con nonna nei campi mi ero sempre divertita un mondo.
Crescendo provavo un senso d’angoscia ogni volta che vedevo i miei cugini. Lorella, un’estate sarebbe diventata medico, un’altra astronauta, la successiva scienzato. Di Marco ho un ricordo piuttosto sfocato: le uniche volte che lo vedevo davvero interessato a qualcosa era quando veniva padre Matteo, che era stato anni missionario in Colombia.
Poi, all’improvviso, Marco non si vide più. Seppi, tempo dopo, che era stato bastonato a sangue dal padre perchè non ne aveva voluto sapere di fare l’università.
Na roba da mati
ripeteva il nonno
na roba da mati, farghe così a un bocia!”
All’università si iscrisse invece Lorella. Ed era così entusiasta che sperimentò parecchie facoltà, addirittura riuscì a cambiarne tre in un anno solo.
Gli zii continuavano a guardare con sufficienza Anna che faceva la scuola per parrucchiera e io quando mi iscrissi al lieco artistico, fui liquidata dalla zia Daria con
“Ma è una cazzata!”
Del figlio non facevano mai parola, solo una volta zia Daria aveva confidato a mia madre di aver temuto una denuncia
“Sai se lo avesse saputo la ditta di mio marito!”
Notizie che mi sono giunte, dicono che, dopo il seminario ha preso i voti e ora è missionario da qualche parte nel terzo mondo.
Poi non si sa bene come, o il mondo non è stato più dei furbi, oppure c’è stato qualcuno più furbo che ha preso il mondo, fatto sta che lo zio Carlo, non si vide quasi più al paese. Al massimo faceva una puntatina per accompagnare zia Daria e la figlia, e poi se ne ritornava in città.
“Mio marito!” sentivi la zia che sbandierava ai quattro venti
“Ha un bel casino per la testa! Adesso sempre in tribunale, ma ci sono gli americani cazzo!ci pensano loro!”
Gli americani pensarono ad una buonuscita che consentiva appena appena di arrivare a fine mese e così gli zii fecero carte false perché, morti i nonni, a loro venisse assegnata la cas con le imposte colorate e i gerani alle finestre, si proprio quella che, per dirla con zia Daria
“Ma nemmeno se me la regalano!”
Li si vede poco in giro per il paese, zia Daria va da Anna a farsi fare la piega il martedì, poco dopo l’apertura, così da incontrare meno gente possibile, Lorella invece visto che parla così bene l’inglese che nemmeno gli inglesi la capiscono pulisce le stanze all’hotel centrale

*Incipit tratto dal romanzo di Fabio Volo "Esco a fare due passi"